ELEZIONI DECISIVE QUELLE DEL 1948 – del Prof. LUIGI MARCO BASSANI

Oggi si va alle urne dopo una campagna elettorale in cui nessuno ha parlato del vero problema , quello di un’economia al limite del terzo mondo

Dal voto di 70 anni fa le condizioni per il boom

Oggi gli italiani sono chiamati ad eleggere il Parlamento (e niente altro, tenetelo bene a mente quando vedrete che i partiti non si ricorderanno nulla degli appa- rentamenti adombrati in campa- gna elettorale). Non sappiamo ancora il risultato, ma una cosa è certa: questa passerà alla storia come la più falsa e demagogica campagna elettorale della storia repubblicana. Ha vinto la politi- ca dello struzzo in ogni schiera- mento. Tutti hanno nascosto la testa sotto la sabbia, non men- zionando che uno dei gravissimi problemi che affliggono questo Paese: l’immigrazione.

Nessuno schieramento politi- co si è sentito invece abbastanza forte e “onesto” da raccontare agli italiani cosa li aspetta dopo le elezioni e ancora di più qual- che tempo dopo, ossia non appe- na Mario Draghi smetterà di pompare miliardi di euro nelle casse senza fondo del debito pubblico italiano. La tassazione più alta del pianeta, una spesa pubblica incomprimibile, una ri- presa economica che non è mai iniziata (l’Italia è stabilmente l’ultimo Paese europeo per cre- scita da ormai dieci anni), una rapina fiscale nei confronti delle aree produttive che sfiora, nella nostra Regione, i mille euro al mese per abitante, un debito pubblico che è ormai stabilmen- te sul podio dei tre più alti del mondo. Di queste cose non ha parlato nessuno, né alla Tv, né sui giornali.

Settant’anni dopo

Queste elezioni, per una ben biz- zarra ironia della storia, cadono a settanta anni quasi esatti, dalla più importante consultazione dell’Italia unita. Il 18 aprile del 1948 la vittoria della Democrazia Cristiana e la sconfitta del Fron- te Popolare segnarono l’inizio di un’età dell’oro del capitalismo italiano, di una creazione di ric- chezza che è ancora l’unica cosa che fa sì che l’odierno slittamento verso un terzo mondo indiffe- renziato sia un processo abba- stanza lento.

L’Italia del dopoguerra era il Paese d’Europa maggiormente tagliato in due dalla guerra fred- da, ad eccezione della Grecia, dove la guerra civile fra le forze governative e la guerriglia marxista infuriò dal 1946 al 1949. Al contrario, da noi la Costituzio- ne chiudeva una guerra civile e nessuno aveva voglia di aprirne un’altra.

Costituzione interpretabile

Non si sapeva chi avrebbe vinto le prime elezioni dell’era repub- blicana e infatti i costituenti fu- rono ben attenti a favorire lo spirito di compromesso, ossia a scrivere articoli che avrebbero potuto essere interpretati in un modo o in un altro a secondo della fazione che avrebbe preso il potere. L’esempio più chiaro è l’articolo 41 della Costituzione, nel quale se “l’iniziativa econo- mica privata” viene pomposa- mente definita “libera”, subito dopo la si dichiara soggetta alla legge, la quale deve vigilare affin- ché non si svolga «in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana».

Insomma, chiunque avesse vinto non avrebbe dovuto cam- biare nulla, solo accentuare que- sto o quel paragrafo. Meuccio Ruini presentò la Costituzione all’assemblea il 6 febbraio del 1947. Dopo aver citato Stalin quale autorità indiscussa sulle costituzioni, affermò che i valori alla base della Costituzione era- no il liberalismo classico, la de- mocrazia radicale e il marxismo.

Nel giro di pochissimo tempo il panorama politico cambiava radicalmente: nel maggio del 1947 Alcide De Gasperi, anche in seguito a pressioni americane, decideva di estromettere i comu- nisti dal governo e un anno dopo il Paese rigettava il comunismo con un risultato inequivocabile

Il mondo cristiano si riunì in- torno ai “comitati civici”, lette- ralmente inventati dal leader dell’Azione cattolica Luigi Gedda per creare un’unità di intenti. Pio XII affermò che astenersi era «peccato grave e colpa mortale». Sull’altro versante il Fronte Po- polare, comunisti e socialisti, si presentava compatto come da indicazione sovietica e sceglieva il proprio simbolo: una stella con il volto di Giuseppe Garibaldi. Presentate dalla sinistra come uno scontro di civiltà, quelle ele- zioni videro una vittoria schiac- ciante della “modernità capitali- sta”.

Il 48 contro il 31% dei voti validi espressi resero di fatto l’Italia un protettorato america- no. Imposero, anche contro la volontà di una buona fetta della classe politica vincitrice (si pensi a Dossetti e La Pira, centro pro- pulsivo e ispiratore del vastissi- mo fronte profondamente anti- capitalista della Dc), una scelta a favore dell’economia di merca- to. Per un quindicennio, ossia fino alla svolta del centro-sini- stra del 1963, la creazione di ric- chezza fu semplicemente sbalor- ditiva: il Pil pro capite medio quadruplicò in termini reali, la lira italiana era considerata per anni la moneta più solida del- l’Occidente. Fra il 1950 e il 1973 la crescita media si mantenne oltre il 5,3% con picchi di poco sotto al 10% in alcuni anni.

I giochi olimpici del ’60

In meno di un quarto di secolo l’Italia era diventata un Paese industrializzato e aveva vissuto senza particolari traumi sociali la più radicale trasformazione economica della storia di queste aree. Nel 1960 i giochi olimpici di Roma mostravano in mondo- visione una realtà di grande pro- gresso, figlia delle elezioni di 12 anni prima.

Non sono pochi gli storici del- l’economia a continuare a soste- nere che fu la “politica” a creare quel “miracolo”. Ma se questo è in parte vero, occorre segnalare che ciò non fu dovuto a precise scelte di politica economica dei partiti al potere (che anzi erano tutte sbagliate come al solito), ma semplicemente a un quadro politico mondiale che rendeva il libero mercato una scelta obbli- gata. La crescita enorme della produttività del lavoro in Italia avvenne con una tassazione me- dia poco superiore al 15% il che vuol dire che fu semmai l’assenza della politica a produrre il “mira- colo economico”.

Perché ricordare quel periodo d’oro, inaugurato da un’elezione cruciale, proprio oggi? Perché in fondo tutti noi continuiamo a chiederci se conta di più l’econo- mia o la politica. Sotto questo profilo, la lezione del 1948 è in- dubbia: una scelta politica avve- duta da parte dell’elettorato è stata il fondamento di una pro- sperità che non siamo ancora riusciti a distruggere del tutto. L’unica speranza realistica è che il Parlamento che verrà fuori og- gi non sarà in grado di tagliare il ben fragile ramo sul quale siamo ancora faticosamente seduti.

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