CATALOGNA PROTESTE E SCONTRI, IN ARRIVO ALTRI ARRESTI DEI POLITICI CATALANI CHE VOLLERO IL REFERENDUM; LEGA&M5S RIMANGONO ZITTI !!?!!

Il Tribunale supremo ha anche riattivato l’ordine di arresto europeo per l’ex presidente Carles Puigdemont, che si trova in Finlandia

 

Ieri il Tribunale supremo spagnolo ha ordinato l’arresto di cinque importanti politici indipendentisti catalani formalmente accusati di ribellione, un reato che prevede fino a 30 anni di carcere. Il Tribunale ha anche riattivato i mandati di arresto europei per i politici catalani che alla fine dello scorso ottobre – dopo la controversa dichiarazione di indipendenza della Catalogna approvata dal Parlamento locale – erano andati a Bruxelles, in Belgio, per evitare l’arresto da parte delle autorità spagnole. Uno dei destinatari del mandato di arresto è l’ex presidente catalano Carles Puigdemont, che in questi giorni si trova in Finlandia per partecipare a una conferenza: le autorità finlandesi hanno confermato di avere ricevuto dalla Spagna la richiesta di estradizione e Puigdemont ha fatto sapere tramite il suo avvocato che potrebbe presentarsi spontaneamente oggi stesso alla polizia finlandese.

Nella notte in Catalogna ci sono state manifestazioni, proteste e scontri: a Barcellona più di 20 persone sono state ferite.

Il Tribunale supremo, cioè il tribunale incaricato dei processi ai leader indipendentisti catalani, ha formalizzato le accuse nei confronti di 25 persone, dicendo che il loro piano per la secessione della Catalogna dalla Spagna non è stato abbandonato, ma è «in attesa di ripartire». I cinque politici arrestati ieri sono quasi tutti membri dell’ultimo governo catalano, quello guidato da Puigdemont. Sono: Jordi Turull, ex portavoce del governo e candidato di una parte del fronte indipendentista a diventare nuovo presidente della  Catalogna; Josep Rull, ex ministro dello Sviluppo; Raul Romeva, ex ministro degli Esteri; Dolors Bassa, ex ministra del Lavoro; e Carme Forcadell, ex presidentessa del Parlamento catalano. Tutti e cinque erano già stati arrestati in precedenza ma poi rilasciati su cauzione. Insieme a loro si trovano in carcere Oriol Junqueras, ex vicepresidente catalano, Joaquim Forn, ex ministro degli Interni, e i “due Jordi”, Jordi Sánchez e Jordi Cuixart, leader rispettivamente dell’Assemblea Nazionale Catalana (ANC) e di Ómnium, le due più importanti organizzazioni indipendentiste della società civile catalana.

Il Tribunale supremo ha anche deciso l’arresto di Marta Rovira, che è tra i più importanti esponenti di Esquerra Republicana (ERC), il partito indipendentista di sinistra di Oriol Junqueras. Rovira – che a un certo punto sembrava poter diventare una candidata per la presidenza catalana – è andata in Svizzera e ha pubblicato una lettera in cui spiega di aver scelto «la strada dell’esilio» per poter continuare a promuovere l’indipendenza della Catalogna. Da diverse settimane si trova all’estero anche Anna Gabriel, una delle più note esponenti della CUP, partito indipendentista di sinistra radicale che durante l’ultima legislatura aveva appoggiato il governo di Puigdemont. Gabriel è accusata di disobbedienza e si trova in Svizzera.

Oggi il Parlamento catalano si riunirà di nuovo per provare a eleggere un nuovo presidente della Catalogna, che è senza governo dalle elezioni di dicembre. È difficile dire cosa succederà. In teoria il candidato alla presidenza della Catalogna rimane Turull, esponente della lista indipendentista Junts pel Catalunya, quella di Puigdemont. La candidatura di Turull, che è appoggiata anche da ERC, aveva però già subìto un duro colpo ieri, quando non era riuscita a ottenere l’appoggio della terza forza indipendentista al Parlamento catalano, la CUP. Questa mattina Ciutadans, principale forza di opposizione catalana, ha chiesto di sospendere la sessione del Parlamento, ma per ora sembra che si svolgerà tutto secondo le previsioni.

L’Ammiraglio Giuseppe De Giorgi ci spiega la colossale truffa ai danni degli Italiani della cessione alla Francia di ricchissime porzioni di mare voluta da Renzi e sottoscritta da Gentiloni, con la complicità dell’omertà dei media…

Non tutti lo sanno ma con un accordo firmato a Caen nel marzo 2015 tra Italia e Francia, erano stati revisionati i nostri confini marittimi. L’accordo, derivante da un negoziato cominciato nel 2006 e terminato 6 anni più tardi secondo il ministero degli Esteri sarebbe stato “necessario al fine di definire i confini marittimi alla luce delle norme della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982, che supera la Convenzione per la delimitazione delle zone di pesca nella baia di Mentone del 18 giugno 1892, convenzione che ha valore consuetudinario, in quanto applicata e mai ratificata, ai fini di colmare un vuoto giuridico”.

 

L’Italia avrebbe quindi rinunciato ad alcune porzioni di mare del mar Ligure ed al tratto compreso tra nord Sardegna ed arcipelago toscanoL’accordo era passato piuttosto inosservato fino a quando nel gennaio 2016 il peschereccio italiano Mina era stato fermato dalla gendarmeria marittima francese e scortato fino al porto di Nizza, con l’accusa di praticare la pesca del gambero in acque francesi. Solo con il pagamento di una cauzione di 8300 euro era stato rilasciato. Dunque quelli che sembravano essere acque italiane erano diventate francesi.

L’episodio dunque fece deflagrare la questione dei confini e di porzioni di mare cedute alla Francia. Piuttosto indispettito dalla vicenda l’assessore regionale alla pesca della Liguria Stefano Mai aveva dichiarato: “il sequestro del peschereccio Mina ha posto l’attenzione sull’urgenza di arrivare all’elaborazione di un piano di gestione della pesca al gambero rosso condiviso tra Italia e Francia, sul modello di quanto abbiamo elaborato con successo sul rossetto. Lo strumento più praticabile e che porterebbe a una soluzione definitiva di un annoso problema di pesca nelle acque al confine è la stesura di un piano delle risorse condivise, previsto dal regolamento mediterraneo. La pesca al gambero rosso è un target strategico per la Liguria che vogliamo tutelare arrivando a una soluzione definitiva che faccia uscire i nostri pescatori da un’incertezza normativa che dura ormai da troppi anni. Il trattato sul nuovo confine marino si è rivelato fortemente penalizzante per l’Italia”.

Secondo i giornali della Corsica l’accordo di Caen prevedeva una sorta di scambio territoriale: l’Italia avrebbe ceduto la “Fossa del cimitero” nelle acque di Ospedaletti in provincia di Imperia ottenendo in cambio alcune secche tra Corsica, Capraia ed Elba. Proprio la Fossa del cimitero è un tratto di mare molto ricco dal punto di vista della pesca, con una vivace presenza proprio di gamberoni rossi. Mentre in Italia l’accordo non è stato mai ratificato, in Francia sembrava essere di dominio pubblico tanto che la gendarmeria marittima era subito intervenuta pochi mesi dopo l’accordo fermando il peschereccio Mina. Due mesi dopo il fermo del peschereccio erano però arrivate le scuse: la dogana francese aveva contestato per errore il mancato rispetto del trattato del 21 marzo 2015, visto che non era mai stato ratificato dal Parlamento italiano.

La Farnesina, pressata da interrogazioni parlamentari e dagli allarmi lanciati sulla cessione di mare da parte dell’Italia, nel febbraio 2016 aveva provato a fare chiarezza: “Considerata la sua natura, l’Accordo di Caen è sottoposto a ratifica parlamentare e, pertanto, non è ancora in vigore. Per quanto riguarda, in particolare, i contenuti dell’Accordo, il tracciato di delimitazione delle acque territoriali e delle restanti zone marittime riflette i criteri stabiliti dall’UNCLOS, primo fra tutti il principio della linea mediana di equidistanza. Nel corso dei negoziati che hanno portato alla firma dell’Accordo, la parte italiana ha ottenuto di mantenere immutata la definizione di linea retta di base per l’arcipelago toscano, già fissata dall’Italia per la delimitazione del mare territoriale nel 1977. Inoltre, per il mare territoriale tra Corsica e Sardegna, è stato completamente salvaguardato l’accordo del 1986, inclusa la zona di pesca congiunta. Anche per quanto riguarda il confine del mare territoriale tra Italia e Francia nel Mar Ligure, in assenza di un precedente accordo di delimitazione, l’Accordo di Caen segue il principio dell’equidistanza come previsto dall’UNCLOS”. Un accordo non solo non ratificato ma che sembrava aver suggerito ad Italia e Francia di aprire un nuovo negoziato per rivederne in contenuti.

Ad oggi i confini tra acque italiane e francesi rimangono incerti. Una recente sentenza del tribunale di Imperia ha assolto un pescatore dall’accusa di avere sconfinato in acque francesi. Il tribunale ha infatti dichiarato non valido anche il trattato di Mentone del 1892 che regolava i confini tra riviera ligure e Costa Azzurra, anche in questo caso per la mancata ratifica del Parlamento. Un precedente che farà giurisprudenza viste le numerose contestazioni rivolte dalla gendarmeria marittima francese ai pescherecci sanremesi. Certo è che il tema della territorializzazione dell’alto mare da parte degli stati rivieraschi è di fondamentale importanza per l’Italia sia sotto l’aspetto della sua valorizzazione economica sia della sua protezione dallo sfruttamento eccessivo e indiscriminato.

L’Italia è stata sinora assente nell’area internazionale per quanto riguarda la politica marittima, non solo in ottica Difesa, ambito paradossalmente sempre più esercitocentrico a dispetto degli accadimenti mediterranei, ma in tutte le sue più ampie declinazioni. Il mutilateralismo come sempre rifugio anestetico dalle nostre repsonsabilità si traduce nel piegarsi alla volontà non solo della Francia, ma anche della Grecia e dei paesi della riva opposta dell’Adriatico che si avvantaggiano della nostra pavidità e indifferenza.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

 

 

Tratto da: http://www.imolaoggi.it/2018/03/19/cessioni-alla-francia-ammiraglio-de-giorgi-litalia-ha-rinunciato-a-porzioni-di-mare/

http://ilfastidioso.myblog.it/2018/03/19/lammiraglio-giuseppe-de-giorgi-ci-spiega-la-colossale-truffa-ai-danni-degli-italiani-della-cessione-alla-francia-di-ricchissime-porzioni-di-mare-voluta-da-renzi-e-sottoscritta-da-gentiloni-con-la-c/

FEDERALISMO: Modello concertativo e modello competitivo (2a parte) di L.R.(+1)

FEDERALISMO: Modello concertativo e modello competitivo

Dopo aver analizzato nello scorso articolo alcuni aspetti generali del Federalismo eravamo giunti a determinare  le differenze più marcate che erano  nella struttura fiscale e nelle strutture di gestione cooperativa orizzontale del potere, queste ultime quasi del tutto sconosciute nei Paesi centralizzati.

Su questi due aspetti possiamo individuare due modelli chiamati uno modello competitivo e l’altro modello concertativo che ora esamineremo.

Modello concertativo

Nel modello concertativo si ha il massimo di cooperazione orizzontale tra i governi locali. E’ un modello che parte dalla necessità di ottenere la massima concordia operativa tra tutti gli stati membri su tutti i temi, anche economici. Concordia che è fortemente strutturata e normata e quindi con un certo livello di rigidità. A questo modello si associa un sistema fiscale in cui, oltre ad una certa quota di finanza locale, si affianca il meccanismo di una cospicua distribuzione di finanza centrale, tramite una chiave di riparto decisa, meglio dire concertata, centralmente. Questo permette di ottenere, ad esempio, la parità salariale su tutto il territorio per i dipendenti pubblici. Questo modello è a grandi linee assimilabile a quanto avviene in Germania,

Modello competitivo

Nel modello competitivo invece la cooperazione avviene solo su certi temi e su altri c’è libertà di competizione. In questo modello la camera degli Stati non è espressione dei governi ma del popolo, su base paritetica per Stato. Ad esempio due rappresentanti per Stato, come un USA e Svizzera. Non esiste una regola per definire a priori su quali temi sia meglio cooperare e su quali la competizione porti a risultati migliori ma sta di fatto che si assiste ad una sostanziale competizione in economia (e quindi anche fiscale) e ad una sostanziale cooperazione in tutti gli altri temi.

Al modello competitivo si associa un sistema fiscale che è a finanze essenzialmente separate. Ogni sovranità tende ad essere totalmente autonoma nel prelievo e quindi nel pareggio entrate/uscite per le spese di sua competenza. La politica economica è fatta dallo Stato membro in massima autonomia e lo stesso vale per la politica fiscale, il che implica un certo rischio di competizione scorretta. Imposte, prezzi e salari, anche i salari pubblici, sono diversi di luogo in luogo. Il livellamento orizzontale è fatto da piccoli sistemi perequativi (come in Svizzera) ma principalmente dalla azione federale, uguale per tutti. Ad esempio viene fatta tramite il sistema di welfare state, che di fatto ha un notevole effetto di ridistribuzione della ricchezza. E’ quindi un’azione principalmente verticale.

Esiste una via di mezzo?

Tra quello concertativo e quello competitivo, vi sono varie interpretazioni intermedie, come quello svizzero che pur essendo dal punto di vista economico e fiscale sostanzialmente competitivo, ha alcuni aspetti di concertazione orizzontale strutturata, tramite riunioni periodiche dei ministri locali che procedono per decisioni unanimi di tipo concertativo.

 

Dopo questa panoramica  in cui possiamo già scorgere la netta superiorità dell’organizzazione  federale nei confronti di quella centralistica, cercheremo di capire cosa si possa ipotizzare per una futura Italia Federale. Ma questo in un prossimo articolo…(segue)

ELEZIONI DECISIVE QUELLE DEL 1948 – del Prof. LUIGI MARCO BASSANI

Oggi si va alle urne dopo una campagna elettorale in cui nessuno ha parlato del vero problema , quello di un’economia al limite del terzo mondo

Dal voto di 70 anni fa le condizioni per il boom

Oggi gli italiani sono chiamati ad eleggere il Parlamento (e niente altro, tenetelo bene a mente quando vedrete che i partiti non si ricorderanno nulla degli appa- rentamenti adombrati in campa- gna elettorale). Non sappiamo ancora il risultato, ma una cosa è certa: questa passerà alla storia come la più falsa e demagogica campagna elettorale della storia repubblicana. Ha vinto la politi- ca dello struzzo in ogni schiera- mento. Tutti hanno nascosto la testa sotto la sabbia, non men- zionando che uno dei gravissimi problemi che affliggono questo Paese: l’immigrazione.

Nessuno schieramento politi- co si è sentito invece abbastanza forte e “onesto” da raccontare agli italiani cosa li aspetta dopo le elezioni e ancora di più qual- che tempo dopo, ossia non appe- na Mario Draghi smetterà di pompare miliardi di euro nelle casse senza fondo del debito pubblico italiano. La tassazione più alta del pianeta, una spesa pubblica incomprimibile, una ri- presa economica che non è mai iniziata (l’Italia è stabilmente l’ultimo Paese europeo per cre- scita da ormai dieci anni), una rapina fiscale nei confronti delle aree produttive che sfiora, nella nostra Regione, i mille euro al mese per abitante, un debito pubblico che è ormai stabilmen- te sul podio dei tre più alti del mondo. Di queste cose non ha parlato nessuno, né alla Tv, né sui giornali.

Settant’anni dopo

Queste elezioni, per una ben biz- zarra ironia della storia, cadono a settanta anni quasi esatti, dalla più importante consultazione dell’Italia unita. Il 18 aprile del 1948 la vittoria della Democrazia Cristiana e la sconfitta del Fron- te Popolare segnarono l’inizio di un’età dell’oro del capitalismo italiano, di una creazione di ric- chezza che è ancora l’unica cosa che fa sì che l’odierno slittamento verso un terzo mondo indiffe- renziato sia un processo abba- stanza lento.

L’Italia del dopoguerra era il Paese d’Europa maggiormente tagliato in due dalla guerra fred- da, ad eccezione della Grecia, dove la guerra civile fra le forze governative e la guerriglia marxista infuriò dal 1946 al 1949. Al contrario, da noi la Costituzio- ne chiudeva una guerra civile e nessuno aveva voglia di aprirne un’altra.

Costituzione interpretabile

Non si sapeva chi avrebbe vinto le prime elezioni dell’era repub- blicana e infatti i costituenti fu- rono ben attenti a favorire lo spirito di compromesso, ossia a scrivere articoli che avrebbero potuto essere interpretati in un modo o in un altro a secondo della fazione che avrebbe preso il potere. L’esempio più chiaro è l’articolo 41 della Costituzione, nel quale se “l’iniziativa econo- mica privata” viene pomposa- mente definita “libera”, subito dopo la si dichiara soggetta alla legge, la quale deve vigilare affin- ché non si svolga «in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana».

Insomma, chiunque avesse vinto non avrebbe dovuto cam- biare nulla, solo accentuare que- sto o quel paragrafo. Meuccio Ruini presentò la Costituzione all’assemblea il 6 febbraio del 1947. Dopo aver citato Stalin quale autorità indiscussa sulle costituzioni, affermò che i valori alla base della Costituzione era- no il liberalismo classico, la de- mocrazia radicale e il marxismo.

Nel giro di pochissimo tempo il panorama politico cambiava radicalmente: nel maggio del 1947 Alcide De Gasperi, anche in seguito a pressioni americane, decideva di estromettere i comu- nisti dal governo e un anno dopo il Paese rigettava il comunismo con un risultato inequivocabile

Il mondo cristiano si riunì in- torno ai “comitati civici”, lette- ralmente inventati dal leader dell’Azione cattolica Luigi Gedda per creare un’unità di intenti. Pio XII affermò che astenersi era «peccato grave e colpa mortale». Sull’altro versante il Fronte Po- polare, comunisti e socialisti, si presentava compatto come da indicazione sovietica e sceglieva il proprio simbolo: una stella con il volto di Giuseppe Garibaldi. Presentate dalla sinistra come uno scontro di civiltà, quelle ele- zioni videro una vittoria schiac- ciante della “modernità capitali- sta”.

Il 48 contro il 31% dei voti validi espressi resero di fatto l’Italia un protettorato america- no. Imposero, anche contro la volontà di una buona fetta della classe politica vincitrice (si pensi a Dossetti e La Pira, centro pro- pulsivo e ispiratore del vastissi- mo fronte profondamente anti- capitalista della Dc), una scelta a favore dell’economia di merca- to. Per un quindicennio, ossia fino alla svolta del centro-sini- stra del 1963, la creazione di ric- chezza fu semplicemente sbalor- ditiva: il Pil pro capite medio quadruplicò in termini reali, la lira italiana era considerata per anni la moneta più solida del- l’Occidente. Fra il 1950 e il 1973 la crescita media si mantenne oltre il 5,3% con picchi di poco sotto al 10% in alcuni anni.

I giochi olimpici del ’60

In meno di un quarto di secolo l’Italia era diventata un Paese industrializzato e aveva vissuto senza particolari traumi sociali la più radicale trasformazione economica della storia di queste aree. Nel 1960 i giochi olimpici di Roma mostravano in mondo- visione una realtà di grande pro- gresso, figlia delle elezioni di 12 anni prima.

Non sono pochi gli storici del- l’economia a continuare a soste- nere che fu la “politica” a creare quel “miracolo”. Ma se questo è in parte vero, occorre segnalare che ciò non fu dovuto a precise scelte di politica economica dei partiti al potere (che anzi erano tutte sbagliate come al solito), ma semplicemente a un quadro politico mondiale che rendeva il libero mercato una scelta obbli- gata. La crescita enorme della produttività del lavoro in Italia avvenne con una tassazione me- dia poco superiore al 15% il che vuol dire che fu semmai l’assenza della politica a produrre il “mira- colo economico”.

Perché ricordare quel periodo d’oro, inaugurato da un’elezione cruciale, proprio oggi? Perché in fondo tutti noi continuiamo a chiederci se conta di più l’econo- mia o la politica. Sotto questo profilo, la lezione del 1948 è in- dubbia: una scelta politica avve- duta da parte dell’elettorato è stata il fondamento di una pro- sperità che non siamo ancora riusciti a distruggere del tutto. L’unica speranza realistica è che il Parlamento che verrà fuori og- gi non sarà in grado di tagliare il ben fragile ramo sul quale siamo ancora faticosamente seduti.

I PAESI FEDERALI NEL MONDO:  SIMILITUDINI E DIFFERENZE di L.R.(+1)

I PAESI FEDERALI NEL MONDO:  SIMILITUDINI E DIFFERENZE

di L.R.(+1)

Nel mondo ci sono vari Paesi che sono nati dandosi una struttura federalistica dello Stato.

I più famosi sono sicuramente gli Stati Uniti d’America, la Germania e la Svizzera ma sebbene  meno noti ci sono anche Austria, Australia, Canada, limitandosi alle sole nazioni che fanno parte dell’OCSE  e su cui quindi abbiamo dati statistici comparabili ed omogenei. Questi Paesi nel loro percorso federalista non hanno seguito modelli, ma hanno seguito e messo in pratica idee e principi, i quali a loro volta hanno funzionato bene quando sono stati adeguati costantemente alla realtà locale, così come andava modificandosi nel tempo. Oggi, a posteriori, possiamo individuare dei modelli; tuttavia, chi oggi volesse seguire la via del federalismo, più che adottare modelli deve capire i principi del federalismo ed adattarli alla propria realtà. Solo successivamente si potrà capire se  il modello che ne  è scaturito, sia  più simile ad altri oppure più originale. La trattazione sui modelli è però utile per analizzare differenze e cose in comune, che sono moltissime.

Similitudini.
In tutti i paesi federali il principio di sussidiarietà ha fatto sì che certi temi, come la scuola e la sanità, fossero lasciati in gestione politica agli organi più prossimi al cittadino (città, comuni, comunità, distretti) e qui non ci sono differenze tali da creare modelli diversi. Lo stesso vale per tutto ciò che riguarda direttamente la protezione quotidiana del cittadino dai pericoli interni, e quindi la Polizia, la Protezione Civile, i Pompieri, mentre, come è noto, in tutti i paesi federali la difesa dai pericoli esterni è un compito prettamente federale. Fortemente legata al territorio è anche ogni competenza che riguarda la cultura, l’ambiente e la tutela del territorio stesso, la politica economica e del lavoro. Su questi temi ci possono essere leggi quadro federali ma la competenza normativa e politica rimane sempre affidata a Comuni, distretti e cantoni/Stati/Länder. Un’altra cosa che osserviamo nei paesi federali è che tutti i livelli di potere democratici trovano espressione in organi politici, non in puri enti amministrativi. Per comprendere bene questo concetto, ricordiamo che in Italia i Comuni e le Provincie sono enti amministrativi. Sono cioè soggetti che amministrano in base a decisioni politiche (leggi) prese altrove come avviene in ogni Stato centralizzato/decentrato. Lo stesso vale per le Regioni, le quali, pur avendo un certo ambito di autonomia legislativa, sono pur sempre sotto la tutela politica dello stato centrale.

Nei paesi federali invece il Comune è un organo politico, in grado di legiferare nei temi di sua competenza, e quindi dotato del potere legislativo, esecutivo ed in alcuni casi, giudiziario. Essendo organo politico, è poi anche ente amministrativo, in quanto deve auto-amministrarsi e può anche dover eseguire compiti imposti da leggi superiori (statali e federali). Lo stesso vale, a maggior ragione, per lo Stato membro della federazione, quello sì dotato sempre dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario, descritti in una costituzione locale democratica. Anche nel campo della giustizia non ci sono differenze e modelli. In tutti i paesi federali la giustizia è una competenza statale e locale, con un livello federale che è sussidiario.

Sempre nell’ambito delle similitudini, va ricordato che oltre al tema militare, sono tipicamente centrali le competenze in materia di politica estera e di buona parte del welfare state, ad esempio il sistema pensionistico.

Differenze.
Le prime differenze si trovano sulla competenza in tema di codice Civile e Penale. Mentre in USA essa è totalmente statale, e quindi come è noto ogni Stato membro ha il suo codice Civile e Penale (e quindi anche i rispettivi codici di procedura), in Germania e Svizzera il codice Civile e Penale è unico per tutta la nazione. Tuttavia l’amministrazione della giustizia rimane locale, sottoposta ad un potere giudiziario a livello di Cantoni o di Länder. Essendo poi la Svizzera una nazione con quattro comunità linguistiche e diverse culture, i codici sono nelle diverse lingue nazionali ed ogni Cantone ha il suo codice di procedura, che rispecchia le particolarità locali. In USA, Germania e Svizzera poi esiste un livello federale di giustizia e di polizia, inteso sempre come sussidiario o come dotato di competenze particolari (reati federali e rapporti di polizia internazionale). Non ci sembra tuttavia che queste differenze caratterizzino modelli. Sono solo conseguenze della normale elasticità di adattamento che è tipica dei Paesi federali.

A questo punto restano le differenze più marcate che  sono nella struttura fiscale e nelle strutture di gestione cooperativa orizzontale del potere, queste ultime quasi del tutto sconosciute nei Paesi centralizzati.

Su questi due aspetti potremo individuare due modelli chiamati uno modello competitivo e l’altro modello concertativo; esamineremo questi in un prossimo articolo…..(segue)

 

 

 

 

 

Una riforma federale con autonomia tributaria di Lodovico Pizzati – Economista

il Prof Lodovico Pizzati vive oggi negli Stati Uniti d’America, oggi esempio principe tra le confederazioni di stati nel mondo

Una riforma federale con autonomia tributaria

 

“pubblicato in noisefromamerika.org”

È possibile approvare con ampio consenso una riforma federale, senza che nessuna regione ci rimetta? Si. In questo articolo si calcola il massimo di autonomia tributaria possibile, senza dover ridurre la spesa attualmente disponibile in ogni singola regione.

Premessa

I recenti eventi catalani insegnano un paio di cose. Dal lato statale le istanze regionali non possono essere lasciate irrisolte senza eventualmente correre il rischio di uno strappo irreparabile. Dal lato regionale il percorso indipendentista, seppur democratico, non riesce a sfondare in maniera unilaterale, dato che di fronte ad un potenziale impatto economico avverso la Spagna ha reagito mostrando i muscoli.

Sul difficile rapporto con le regioni lo stato italiano ha molto in comune con la Spagna, e in base a quanto è successo nella penisola iberica abbiamo ora l’opportunità di non commettere simili errori. Daltronde le richieste di autonomia non sono sconnesse al comune declino economico, e una soluzione alle questioni regionali può collegarsi alla crescita complessiva dell’intero paese. In questo articolo si propone una via di uscita in tre punti: i) evidenziare il principale problema del sistema Italia; ii) presentare una riforma adatta; e iii) tracciare il percorso politico che renda fattibile tale riforma.

I. Le difficoltà della finanza pubblica italiana sono riassunte da una sola statistica, il debito pubblico, che rappresenta decenni di politica fiscale irresponsabile. Spesa pubblica inefficiente e un alto tasso di evasione fiscale non sono slacciati dall’eterogeneità economica tra regioni italiane. Attuare un’autonomia regionale di sola spesa può perfino peggiorare il problema, per una chiara ragione di moral hazard. Una regione che gestisce parte della propria spesa pubblica non ha incentivo a diminuirla, perché non sarebbe premiata con meno pressione fiscale, ma lascerebbe solo una fetta maggiore della torta ad altre regioni. Un discorso parallelo vale anche per la lotta all’evasione fiscale. Un’amministrazione locale non ha incentivo a sradicare il sommerso perché toglierebbe risorse ai propri cittadini senza che le derivanti entrate fiscali vengano direttamente gestite in loco. Più eterogeneo e grande uno stato, più questo problema si amplifica.

II. La soluzione a questo moral hazard non è sconosciuta ed è attuata già in diversi stati di ogni dimensione. Si tratta di adottare un sistema federale, di devolution, di decentramento. Purtroppo nel dibattito politico italiano il significato di autonomia fiscale si è diluito a causa di decenni di proposte fuorvianti. Occorre specificare che la riforma necessaria richiede un’autonomia tributaria: cioè non basta la gestione decentrata della spesa pubblica, ma occorre una gestione autonoma delle tasse. Per essere più efficiente ed offrire un servizio pubblico con meno sprechi un ente ammnistrativo ha bisogno del seguente stimolo: la gestione delle entrate fiscali, e soprattutto la decisione sulla pressione fiscale, devono essere decentralizzate. Questo per garantire che i risparmi da una buona amministrazione pubblica vengano percepiti nel territorio stesso. Occorre appunto una riforma costituzionale, di tipo federale, che tuteli gli enti locali dallo stato centrale in temi tributari e fiscali. Un ente territoriale deve essere in grado di diminuire la propria pressione fiscale in base ai propri tagli alla spesa. Questo è quanto accade nei paesi federali.

III. I dettagli di una riforma adatta non sono una novità, ma la parte cruciale è l’accordo politico necessario per passare tale riforma. Ci vuole ovviamente un ampio consenso, ed è chiaro che con un vero sistema federale gli enti regionali dovrebbero essere in grado di sostenersi sulle proprie risorse. Come potrebbero mai le regioni che ricevono risorse dallo stato accettare di vedersi ridurre drasticamente la propria spesa pubblica? Una riforma deve essere politicamente possibile, e per questo occorre distinguere tra saldo contabile, o residuo fiscale, e vantaggi economici. Il requisito cruciale per la fattibilità politica di tale riforma è che sia neutrale a livello contabile ed universalmente vantaggioso a livello economico.

a)      Contabilmente neutrale: con la riforma, il residuo fiscale di ogni regione rimane inalterato. Le regioni con residuo fiscale negativo continueranno a  ricevere di più, e le regioni con residuo fiscale positivo continueranno a pagare di più.

b)      Economicamente vantaggioso: con la riforma, ogni regione avrà un vantaggio economico rispetto allo status quo, grazie all’ottenimento dell’autonomia tributaria.

La Proposta

I seguenti calcoli si basano sul database Conti Pubblici Territoriali del Ministero del Tesoro. Gli ultimi dati regionali disponibili sono del 2015, e sebbene esista una discrepanza con i conti pubblici aggregati, i valori indicati in questo database sono sufficienti per le conclusioni di questa analisi. Naturalmente un’eventuale applicazione di questa riforma fiscale richiederà uno studio molto più dettagliato.

La motivazione principale di devolvere parte della politica tributaria a enti territoriali è per far fronte all’eterogeneità economica presente soprattutto in paesi grandi. Ma anche un’eccessivo decentramento a enti locali troppo piccoli può creare delle inefficienze. Per questo vengono indicate come unità territoriali le macroregioni, perché sufficientemente omogenee al loro interno. L’attuale suddivisione in macroregioni, secondo la nomenclatura europea, non è ideale per l’obbiettivo di questa riforma (di essere contabilmente neutrale ed economicamente vantaggiosa). Per questo l’analisi dei dati si basa su delle macroregioni leggermente ridisegnate.

GRAFICO 1. Macroregioni Attuali: Pil, Popolazione e Pil Pro Capite

Il Grafico 1 illustra l’attuale ripartizione macroregionale e, come è noto, il Pil pro capite al Centro-Nord è abbastanza omogeneo appena sopra i 30 mila euro, mentro al Sud e Isole si aggira attorno ai 18 mila euro. Nel Grafico 2 si riporta invece una ripartizione nuova delle macroregioni con un paio di cambiamenti. Per prima cosa la macroregione Sud viene suddivisa in macroregione Sud-Ovest e macroregione Sud-Est. Il motivo diverrà chiaro nella sezione che motiva i sussidi al Mezzogiorno. Per seconda cosa la Regione Emilia-Romagna viene spostata dalla macroregione Nord-Est alla macroregione Centro, per ragioni di residuo ficale che verrano spiegate appena sotto. Infine, per bilanciare le macroregioni settentrionali in termini di popolazione, la Lombardia orientale viene collocata a Nord-Est, ma questo ultimo cambiamento non è di gran importanza e anzi, data l’omogeneità al Nord i confini tra le due macroregioni settentrionali sono meno importanti.

GRAFICO 2. Macroregioni Nuove: Pil, Popolazione e Pil Pro Capite

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Decentramento estremo: indipendenza

Come punto di riferimento il decentramento più estremo consiste nel mantenere il 100% delle risorse fiscali nelle macroregioni. Federalismo o no, dal punto di vista fiscale equivarrebbe all’indipendenza politica. Naturalmente questo risultato non è neutrale dal punto di vista contabile perché delle macroregioni avrebbero dozzine di miliardi di surplus e altre rimarrebbero con un buco di miliardi. Politicamente tale decentramento non avrebbe mai un ampio consenso, ma è utile per paragonare come i residui fiscali si distribuiscono a seconda di come le macroregioni vengono suddivise.

GRAFICO 3. Macroregioni Attuali: Residuo Fiscale

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Aggregando per macroregione i residui fiscali dei conti pubblici territoriali, solo il Nord-Ovest e il Nord-Est sono in attivo, mentre le rimanenti macroregioni (la maggioranza del paese) si ritroverebbe in rosso. Con le macroregioni riorganizzate, l’intero Centro-Nord invece sarebbe in attivo.

GRAFICO 4. Macroregioni Nuove: Residuo Fiscale

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Decentramento Parziale: tutto fuorché Previdenza e Contributi Sociali

Perché le regioni del Mezzogiorno sono in rosso? Questo si spiega in parte con il fatto che il Mezzogiorno produce solo un quarto del Pil mentre ha spesa pubblica per un terzo della popolazione. Prendendo i conti pubblici della Puglia come esempio, è possibile compartimentare sia articoli di spesa che di entrate ed evidenziare eventuali inefficienze.

TABELLA 1. Regione Puglia: Spesa Pubblica ed Entrate Fiscali Totali

SPESA PUBBLICA milioni di € ENTRATE FISCALI milioni di €
Previdenza e Integrazioni Salariali 17621 Imposte dirette 10920
Sanita’ 6793 Imposte indirette 12540
Amministrazione Generale 5796 Contributi sociali 10099
Istruzione 3091 Altre Entrate** 4681
Interventi in campo sociale 3085 TOTALE 38239
Difesa 2024
Sicurezza pubblica 1078 RESIDUO FISCALE -7216
Oneri non ripartibili 862
Altra spesa* 5104
TOTALE 45455

NOTE: Fonte Conti Pubblici Territoriali

*Altra Spesa: Viabilità, Giustizia, Cultura, Ambiente, Ricerca e Sviluppo, Telecomunicazioni, ecc.

**Altre Entrate: Vendita Beni e Servizi, Redditi da Capitale, Altri Tributi Propri, ecc.

Dalla Tabella 1 risalta un residuo fiscale negativo di oltre sette miliardi (la differenza tra totale entrate fiscali e totale spesa pubblica). Perché la Puglia pesa sui conti pubblici nazionali con un buco di queste dimensioni? Dove sta la colpa degli amministratori regionali pugliesi? In realtà, se guardiamo alla spesa pro capite per la maggior parte delle voci ci accorgiamo che la Regione Puglia spende pressapoco alla pari delle regioni settentrionali. L’unica voce ben al di sopra la media è quella della previdenza (molte pensioni) specie se confrontata alle entrate da contributi sociali che in teoria dovrebbe finanziarla. Ma il divario tra contributi sociali e spesa previdenziale non è colpa dell’amministratore regionale e locale pugliese. La Regione Puglia non ha nessun potere decisionale né sulle pensioni né sui contributi sociali. Questo è un problema intergenerazionale e demografico che ha poco a che fare con l’efficienza o meno dell’amministrazione pubblica regionale. Forse l’eccesso di pensioni è dovuto a troppi statali in passato, ma se paragoniamo per esempio la spesa pro capite del 2015 per Amministrazione Generale pugliese rispetto a quella veneta abbiamo rispettivamente €1417 e €1755.

Togliendo Spesa Previdenziale e entrate da Contributi Sociali la Puglia avrebbe un pareggio di bilancio. In sostanza la Regione Puglia sarebbe autosufficiente con una autonomia tributaria, se solo fosse alleviata dal problema pensionistico.

TABELLA 2. Puglia: Spesa Pubblica (senza Previdenza) ed Entrate Fiscali (senza Contributi Sociali)

SPESA PUBBLICA milioni di euro ENTRATE FISCALI milioni di euro
Sanita’ 6793 Imposte dirette 10920
Amministrazione Generale 5796 Imposte indirette 12540
Istruzione 3091 Altre Entrate 4681
Interventi in campo sociale 3085 TOTALE 28140
Difesa 2024
Sicurezza pubblica 1078 RESIDUO FISCALE +307
Oneri non ripartibili 862
Altro* 5104
TOTALE 27834

NOTE: Fonte Conti Pubblici Territoriali

*Altra Spesa: Viabilità, Giustizia, Cultura, Ambiente, Ricerca e Sviluppo, Telecomunicazioni, ecc.

**Altre Entrate: Vendita Beni e Servizi, Redditi da Capitale, Altri Tributi Propri, ecc.

Dalla Tabella 2 risalta il fatto che con un’autonomia tributaria dove la Puglia trattiene la totalità delle proprie imposte dirette (tipo IRPEF), imposte indirette (tipo IVA), e altro (tipo vendita beni e servizi) sarebbe in grado di finanziare tutti i propri servizi pubblici, previdenza a parte. Una riforma federale di questo tipo, con forte ma non totale autonomia tributaria, potrebbe benissimo ottenere un larghissimo consenso politico in Puglia.

E nel resto dell’Italia? Il Grafico 5 illustra il residuo fiscale delle macroregioni applicando questa autonomia tributaria, esclusa spesa previdenziale ed entrate da contributi sociali.

GRAFICO 5 Macroregioni Nuove: Residuo Fiscale non previdenziale

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Il Grafico 5 è al netto del residuo previdenziale nazionale (negativo: spesa previdenziale meno entrate da contributi sociali) che per il 2015 si aggira sui 100 miliardi di euro ed è finanziato dal surplus non previdenziale delle regioni centro-settentrionali, evidenziato nel Grafico 5. Il punto del grafico è che, pensioni a parte, rimangono solo quattro regioni in rosso (Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna) mentre la macroregione Sud Est (Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata) potrebbe benissimo essere autosufficiente solo gestendosi le proprie entrate dirette (IRPEF…), indirette (IVA…) e altro (vendita beni e servizi…), per coprire tutti i propri servizi pubblici (inclusa la propria quota di difesa e interessi sul debito pubblico) con sola eccezzione della previdenza (pensioni).

Autonomia tributaria più sussidio a Isole e Sud Ovest

I residui non previdenziali del Grafico 5 per la Macroregione Isole e la Macroregione Sud Ovest ammontano rispettivamente a -6,1 miliardi e -3,3 miliardi di euro. Questo includendo nella spesa pubblica a carico delle macroregioni anche delle voci chiaramente di spesa statale ma ripartite per regioni, come per esempio la spesa per la difesa e per gli interessi sul debito pubblico. La quota di queste due spese (difesa più interessi sul debito pubblico) ammonta a 3,6 miliardi e 4,2 miliardi rispettivamente per la Macroregione Isole e la Macroregione Sud Ovest. Togliendo queste due voci significa che la Macroregione Sud Ovest (Campania e Calabria) sarebbe in grado di finanziare tutte la propria spesa pubblica (eccetto previdenza, difesa e interessi sul debito pubblico) utilizzando le entrate fiscali provenienti dal proprio territorio: imposte dirette, imposte indirette e altre entrate (vendita beni e servizi…). La Macroregione Isole (Sicilia e Sardegna) quasi, dato che rimarrebbe un residuo fiscale negativo di 2,5 miliardi. Il Grafico 6 illustra la situazione di ogni macroregione con la quota di difesa e interessi sul debito di Isole e Sud Ovest finanziata dal surplus delle macroregioni centro settentrionali.

GRAFICO 6: Residui Fiscali non previdenziali con sussidio a Sud Ovest e Isole

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Alle macroregioni centro settentrionali rimane da sussidiare 9,4 miliardi a Isole e Sud Ovest per la loro quota di difesa e interessi sul debito, più il buco previdenziale nazionale (spesa previdenziale non coperta da contributi sociali). Il tutto ammonta a 110 miliardi il quale può essere finanziato con circa 67 miliardi di “altre entrate fiscali” (vendita beni e servizi, redditi da capitale, riscossione crediti, ecc…) più un 6 percento dell’IVA proveniente dal centro nord. Come autonomia tributaria rimarrebbe alle macroregioni del centro nord la totalità delle imposte dirette più il rimanente delle imposte indirette. Dal punto di vista contabile sarebbe una riforma neutrale per ogni macroregione, ma dal punto di vista economico ogni macroregione avrebbe un incentivo a gestirsi autonomamente il grosso della propria spesa pubblica controllando la maggior parte delle proprie entrate tributarie.

Conclusione

La riforma costituzionale proposta in questo articolo descrive il massimo di autonomia tributaria conferibile a enti territoriali (macroregioni) mantenendo gli attuali livelli di spesa pubblica per ogni regione (neutralità contabile). È tramite l’autonomia tributaria che è possibile incentivare più efficienza nella spesa pubblica e quindi spingere per meno pressione fiscale per così ottenere più benessere economico, maggior lavoro e crescita. In sintesi questi i punti salienti di questa riforma federale:

  • Le entità territoriali di riferimento sono delle macroregioni modificate dalle attuali: i) il Mezzogiorno è suddiviso in Macroregione Isole, Macroregione Sud Ovest e Macroregione Sud Est; ii) l’Emilia Romagna fa parte della Macroregione Centro anziché della Macroregione Nord Est; iii) la Lombardia Orientale fa parte della Macroregione Nord Est.
  • Le entrate da contributi sociali rimangono gestite a livello statale e servono per finanziare (anche se solo parzialmente) la spesa di previdenza. Il problema delle pensioni non viene risolto da questa riforma federale ma rimane un problema condiviso a livello nazionale e non decentralizzato per via della sua natura intergenerazionale e demografica.
  • Tutte le altre entrate fiscali (non da imposte dirette o indirette), tipo vendita beni e servizi e entrate in conto capitale, provenienti dalle macroregioni centro settentrionali rimangono gestite a livello statale. Questo per finanziare il rimanente della spesa previdenziale nazionale. Inoltre, pressapoco un quarto delle entrate da imposte indirette provenienti dalle macroregioni centro settentrionali (circa un 6 percento dell’IVA) rimane gestito a livello statale per coprire il rimanente buco previdenziale più quasi 10 miliardi di sussidio alle macroregioni Isole e Sud Ovest.
  • Le macroregioni centro settentrionali (Nord Ovest, Nord Est e Centro) trattengono la totalità delle imposte dirette più tre quarti delle imposte indirette per finanziare i propri servizi pubblici (tutto, inclusa la propria quota di difesa e di interessi su debito pubblico). Sebbene gli attuali residui fiscali rimangano inalterati, con questa riforma una macroregione virtuosa sarebbe libera di ridurre autonomamente la propria pressione fiscale. La riforma costituzionale tutela le casse territoriali dallo stato centrale.
  • La macroregione Sud Est (Abruzzo, Molise, Puglia e Basilicata) trattiene tutte le entrate fiscali del proprio territorio (eccetto i contributi sociali) per finanziare tutti i servizi pubblici del proprio territorio (eccetto la previdenza che verrà gestita a livello nazionale). Qualsiasi aumento di entrate fiscali derivante dalla lotta all’evasione rimarrà gestito da quella macroregione.
  • La macroregione Sud Ovest (Campania e Calabria) e la macroregione Isole (Sicilia e Sardegna) trattengono tutte le entrate fiscali del proprio territorio (eccetto i contributi sociali) per finanziare tutti i servizi pubblici del proprio territorio (eccetto la previdenza, e le quote di difesa e interessi sul debito pubblico). Qualsiasi aumento di entrate fiscali dalla lotta all’evasione rimarrà gestito da quelle macroregioni.

Come nota finale si ribadisce che questi calcoli si basano sui dati del 2015 provenienti dai Conti Pubblici Territoriali del Ministero del Tesoro, i quali non combaciano esattamente con i conti economici nazionali aggregati. Tuttavia l’idea di base rimane valida: è possibilissimo architettare una riforma federale con autonomia tributaria che ottenga la totalità del consenso politico. Cioè che sia contabilmente neutrale per i residui fiscali di ogni macroregione e che porti vantaggi economici per tutti incentivando l’efficienza della gestione pubblica.

Tabella 3. Conti Pubblici Territoriali 2015 raggruppati per le proposte macroregioni (milioni di euro)

ENTRATE NORDOVEST NORDEST CENTRO SUDEST SUDOVEST ISOLE ITALIA
Imposte dirette 78365 56316 86714 18046 19835 17214 276492
Imposte indirette 63373 47725 76112 20231 23253 20232 250925
Contributi sociali 57948 46560 69159 16523 17573 15930 223693
Altre Entrate 19214 16307 31615 7527 10551 8729 93944
TOT Entrate 218900 166908 263600 62327 71213 62105 845054
SPESA PUBBLICA NORDOVEST NORDEST CENTRO SUDEST SUDOVEST ISOLE ITALIA
Previdenza 57092 56047 100421 28454 29772 28120 299907
Sanita’ 18763 20560 32550 10807 11928 11584 106191
Oneri non Ripartibili 17886 20565 35892 10240 11707 10143 106432
Ammin. Generale 9431 10428 15162 1729 2635 2043 41427
Campo sociale 6836 8371 13252 5067 7254 5988 46768
Campo economico 5850 7536 14162 4795 5920 6022 44286
Istruzione 2696 2465 5908 923 2489 2266 16748
Trasporti 2637 2340 3973 972 1881 1245 13048
Difesa 2037 2126 5709 1882 1945 2005 15704
Altre Spese 9455 13200 23821 9087 11221 10950 77733
TOT Spesa Pubblica 132682 143639 250850 73957 86751

Come si vive in Svizzera? NOI VOGLIAMO CREARE UN SISTEMA SVIZZERO IN ITALIA; LA SECONDA REPUBBLICA HA GIA’ DIMOSTRATO CHE NON SERVE CONTINUARE COSì , ORA BASTA

UNA PRIMA TESTIMONIANZA ARRIVATA AL NOSTRO SITO, GRAZIE !

Come si vive in Svizzera?

Bella domanda, ci sarebbe da scrivere un romanzo, ma ritengo vi interessino le differenze sostanziali con l’Italia, per cui mi limiterò a queste. Trascurando analisi soggettivi, anche perché, aspetti che a me appiano positivi, per altri potrebbero risultare negativi e viceversa. Una premessa: ho 58 anni e sono in Svizzera da 29 (con una breve parentesi USA). Non mi trasferii per motivi economici, ma sentimentali. Mi fidanzai e sposai con una svizzera di origine italiana,e, come spesso succede, questa sognava da tutta la vita di vivere in Italia, ma poi entrò quasi in depressione in quanto, una volta cambiato Paese, gli mancò enormemente la Svizzera. Io possedevo già allora un permesso di residenza a Berna, ma pur adorando quella città, la mancanza di conoscenza della lingua avrebbe influito troppo negativamente al mio iter professionale, per cui ci trasferimmo a Lugano. Un’altra premessa doverosa: il Canton Ticino, a livello economico, sta al resto della Svizzera come la Calabria rispetto al Nord Italia. Comunque (erano altri tempi), pur non conoscendo nessuno e andando un po’ all’avventura, in un solo giorno trovai lavoro e casa in affitto. E qui entra la prima particolarità: in Italia ogni accordo economico riguarda l’entità dello stipendio netto. Qui non si menziona mai, ma si discute esclusivamente sul lordo. Perchè questo? Le imposte non sono trattenute dal datore di lavoro, ma pagate autonomamente dal singolo cittadino (escluso per i lavoratori che risiedono all’estero, o per chi ha solo un permesso provvisorio). Per cui chi ha una qualsiasi fonte di reddito compila la propria dichiarazione annuale. Alle entrate vanno dedotte le spese occorrenti per svolgere la propria attività lavorativa: spese di viaggio, vitto e alloggio fuori dal proprio domicilio, spese professionali, tipo abbigliamento di lavoro, PC, corsi di formazione o altro… Queste deduzioni, escluso le spese di trasporto, hanno dei massimali che praticamente rappresentano dei forfait… Solo nel caso tu superi questi massimali devi portare dei giustificativi ed eventuali fatture pagate. Altre deduzioni possono essere premi per vari tipi di assicurazioni, spese sanitarie non comprese nell’assicurazione, etc. La compilazione della dichiarazione non è complicata, ci si affida a uno specialista solo in casi specifici, la mia ad esempio è molto semplice, avendo come entrate solo lo stipendio, e con l’esperienza e i moduli via Internet non impiego mai più di 15 minuti all’anno. Una volta spedita questa all’Ufficio di tassazione competente, si ha una risposta di conferma, solitamente entro 60 giorni. Nel caso non si fosse d’accordo su eventuali correzioni si ha diritto a un incontro diretto nei loro uffici, dove si possono avanzare le proprie ragioni e portare ulteriori giustificativi. Solo nel caso che non si arrivi a un accordo anche in questo frangente si inizia ad intraprendere via legali. Le imposte poi sono divise in 3, e vengono pagate ognuna in modo separato. Ed esistono: 1) Le imposte Federali, sono quella che vanno direttamente alla Federazione (da noi: Stato centrale). Hanno un’aliquota fissa per tutta la Svizzera, ma molto bassa per tutti i redditi medio e medio bassi. Io dispongo di un reddito che, per un dipendente di questo Cantone, viene considerato medio alto, e la percentuale da me versata alla Federazione rappresenta meno del 10% del totale delle tasse da me pagate. 2) Le imposte cantonali (il cantone va paragonato, con le dovute proporzioni, alle nostre Regioni). Sono gli uffici cantonali che decidono il tuo reddito imponibile, una volta fissato viene trasmesso alla Federazione e al tuo comune di residenza. Le imposte cantonali hanno aliquote che variano da Cantone a Cantone. Ve ne sono quindi di più favorevoli (chi applica le aliquote più basse è il cantone ZUG). 3) Le imposte comunali. Il comune applica una percentuale da riscuotere su quello che si paga al Cantone. Ogni comune decide questa in completa autonomia. Mi risulta (non son sicuro) che il massimale sia il 100%, ma credo che la media in Ticino sia circa l’85%. La percentuale dipende da molte cose, e non da quello che salta in mente e chi deve decidere. Spesso hanno aliquote alte comuni di montagna, o con molti edifici di tipo popolare, in quanto i redditi medi spesso bassi. In una zona prestigiosa o residenziale,disponendo di cittadini con reddito mediamente alto, le aliquote si abbassano (comunque a livello pratico ciò viene compensato con i prezzi per le abitazioni). Poi ci sono casi limite, tipo il Comune che sta di fronte a me, ed avendo lì sede una nota casa farmaceutica (la Zambon), questa paga gran parte delle tasse per tutti… Interesse poi dei comuni definiti “ricchi” e di non aumentare in modo esagerato le entrate, in quanto poi esiste una legge di “Compensazione”, per cui i Comuni più ricchi versano una quota delle loro imposte ai Comuni più “poveri”. In conclusione, analizzando la mia situazione che rappresenta una delle più sfavorevoli, essendo persona sola, senza persone a carico, in un cantone con aliquote alte, e in comune con aliquote medio alte, la percentuale di imposte che pago sul mio reddito netto è di circa il 12% complessivo. Dimenticavo delle particolarità importanti: a meno che non si scelga la separazione dei beni, si fa una dichiarazione unica per ogni coppia di coniugi o di conviventi di fatto. Esiste anche una tassa sul patrimonio, basata sul parco auto, case di proprietà, beni di lusso, opere d’arte etc… Non mi ha mai riguardato in quanto si inizia a pagare da un patrimonio di (vado a memoria) di circa 200mila euro in su… Parlando di comuni parlo un po’ dell’andamento politico. All’inizio fui sorpreso dalla quantità dei comuni presenti in questa regione. In pratica sono quelli che in Italia vengono definiti “rioni”, e, a parte i centri maggiori, sono pochi quelli che arrivano a 3000 abitanti. Anche se ultimamente, per ottimizzare le spese e i servizi, alcuni si stanno aggregando tra loro, soprattutto nelle cinture urbane intorno alle città. Viene eletto un sindaco, con un governo di “Municipali” (da noi sarebbero definiti assessori) che va da 3 a 7. Ogni municipale si occupa di un determinato settore, e si cerca di rappresentare ogni partito politico (la chiamano “formula magica”, e viene applicata ad ogni livello politico. Da noi si chiamerebbe “inciucio”). Alcune decisioni poi passano al vaglio, e devono avere la conferma, del Consiglio Comunale, tipo approvazione del bilancio, dei finanziamenti per opere pubbliche, etc). Questo viene convocato a scadenze fisse, o in casi di necessità… E non so se sia regola generale. ma ho sentito parlare di un gettone di presenza dal valore di circa 40 euro. Tenendo conto poi delle dimensioni medie dei comuni, è facile capire quanto l’attività politica sia molto presente tra i cittadini. Ho potuto notare, soprattutto per chi ha ruoli importanti, e tra chi risiede a lungo nello stesso comune, che l’impegno politico sia inteso come:”impegno doveroso” e non come: “vado in politica perché mi piace…e se mi va bene mi dà anche da vivere” Esiste, al livello superiore, il Consiglio di Stato, che governa il Cantone. È forse l’organo politico a cui la popolazione dà maggior importanza. In Ticino è formato da 6 membri, anche qui rappresentate tutte le forze politiche, con i vari dicasteri suddivisi tra di loro. E poi per ultimo il Consiglio Federale etc etc, che ha sede a Berna. Tralascio il tutto dicendo solo una cosa: la Svizzera ha un record mondiale, in quanto si è calcolato che la metà dei suoi cittadini non conosce il nome del Presidente della Federazione. Una cosa che va detta è la notevole differenza con l’Italia per quanto riguarda l’assistenza sanitaria. Qui non esiste una “mutua”, ma l’obbligo di un’assicurazione privata, che in certi casi può essere molto cara, o esigere delle franchigie elevate. Lo svantaggio sta nel fatto che, a parte il premio dell’assicurazione, hai delle spese dirette (esclusi gli infortuni, in cui sei totalmente coperto). Il vantaggio è che, anche se poi non è che ti curano meglio di come ti curano in Italia, sei in una situazione simile di chi in Italia sceglie le visite private. Il medico di famiglia è ovviamente consigliato, ma non obbligatorio. E puoi scegliere ed andare dove vuoi, anche, di tua spontanea volontà, richiedere una visita specialistica. Tra l’altro,notare la differenza, ho avuto una relazione con un’infermiera diplomata, e quando le ho raccontato che negli ospedali italiani è d’uso assumere badanti, o assistere direttamente i propri parenti ricoverati, è convinta che la prenda in giro anche adesso, perchè in Svizzera una cosa del genere risulterebbe inconcepibile… Del resto ci sarebbe molto da parlare, tipo organizzazione del lavoro, rapporto con l’immigrazione (ma qui in Svizzera, iniziando questa più di 50 anni fa, siamo alla fase 2.0, se non a quella 3.0), modo in cui considerano l’Italia all’estero,e mi sono dimenticato di citare i tanti referendum (circa una decina ogni anno). E non sono tutte rose e fiori, la competitività nel mondo del lavoro è spesso estrema, anche se almeno, rispetto a noi, conta molto di più la meritocrazia. Ma faccio presente un’ultima cosa: pochi sanno che la Svizzera, seppur molto piccola è forse l’unico Paese al mondo, di sicuro l’unico in Europa, dove coesistono 4 etnie diverse. Con lingue, abitudini, e mentalità spesso molto diverse. In linea generale rispetto all’Italia c’è una differenza che mi rende contento di essere qui: in caso di estrema necessità, non hai bisogno di “conoscere qualcuno” o di battere i pugni sul tavolo, in quanto i tuoi diritti non sono solo teorici ma facilmente raggiungibili. Alla prossima.

PROF. CARLO LOTTIERI – INTERVISTA SUL TEMA DEL FEDERALISMO

Il federalismo è una tavola rotonda, dove nessuno sta a capotavola.

Pubblichiamo di seguito il primo stralcio di un articolo tratto dal numero di Tempi del 26 ottobre 2016 in cui si intervista il prof. Carlo Lottieri.– docente di Filosofia politica presso l’Università di Siena e direttore del dipartimento di Teoria politica dell’Istituto Bruno Leoni Lottieri afferma che «In Italia si è pensato di andare verso il federalismo solo perché si è data alle Regioni più capacità di spesa. Ma questo non è federalismo».

E quindi cos’è il federalismo?

Partirei dalla definizione di federalismo, un termine-concetto che evoca un insieme di entità indipendenti legate tra loro dal vincolo di un patto. In latino “foedus” indica un’alleanza che si stipula per rispondere a interessi comuni. Oggi, invece, le persone ritengono che uno Stato sia più o meno federale in base alle competenze e alla capacità di spesa che hanno gli enti territoriali. Invece un ordine federale nasce da entità che hanno una loro capacità di autogoverno e decidono liberamente di dare vita a un ordine nuovo. Una federazione risponde direttamente a queste entità, unite per far fronte a specifiche esigenze e al tempo stesso libere di gestirsi grazie a risorse raccolte nella propria comunità. In tal modo, ognuno cammina sulle proprie gambe e chi governa risponde dell’uso delle risorse. Una delle caratteristiche proprie del federalismo è proprio quella di responsabilizzare le classi di governo (……..). Da noi, però, non c’è mai stato un patto federale tra comunità indipendenti e neppure un sistema fiscale che responsabilizzasse le realtà locali. (……..) una federazione sfugge alle logiche della sovranità così come la intendiamo oggi ed è incompatibile con la nostra finanza derivata, che fa affluire le risorse raccolte a Roma per poi ripartirle.

Le macro-regioni, così come erano state pensate da Gianfranco Miglio,
potrebbero aiutare ad andare verso un sistema veramente federalista?

A mio parere, quanto più il federalismo si basa su entità piccole, tanto meglio funziona. Perché Miglio parlò di macro-regioni? Perché tatticamente, strategicamente, di fronte allo strapotere dello Stato nazionale di formazione ottocentesca egli credeva necessario costruire realtà sufficientemente forti, che ponessero limiti alle pretese del potere centrale. Miglio sapeva bene cos’è il federalismo, ma un conto sono i desiderata, altra cosa è la realtà politica. Per questo ha ipotizzato le macro-regioni. Ciò che è importante in un modello federale è che venga meno la logica della sovranità.
Non c’è un ente sovrano rispetto alle varie comunità: c’è semmai un accordarsi di queste realtà in modo da organizzare alcune cose. Mentre lo Stato moderno è simboleggiato da una piramide, l’emblema del federalismo è una tavola rotonda, dove nessuno sta a capotavola.

Se, come lei dice, il federalismo funziona tanto meglio quanto più le entità
sono piccole, allora le stesse Regioni non vanno bene…

Certo. Immaginiamoci quanto potrebbero essere più competitive e concorrenti tra di loro realtà di taglia inferiore alle nostre regioni. Pensi alla Svizzera: 8 milioni di abitanti divisi in 26 cantoni. Potrebbe avverarsi un piccolo miracolo: i governati che governano i governanti.

Quindi sarebbe stato meglio abolire le Regioni invece delle Province?

Sì, ma con una postilla. Penso che in prospettiva sia meglio avere realtà piccole che si amministrano da sé, ma senza scordare il realismo di Miglio. Egli partiva dal fatto che in un contesto come il nostro solo entità di una qualche dimensione possono sfidare il centro.
Se oggi immaginassimo di eliminare le Regioni, gli unici potenziali attori di un braccio di ferro con Roma, certamente ci troveremmo in una condizione ancora peggiore. (continua)….

Al MegaWatt lei ha detto che un sistema federale comporta meccanismi competitivi e introduce la logica della concorrenza. Chi ha paura di questo? Chi ha paura del vero federalismo?

Le classi politiche, che ovviamente cercano di ridurre la propria responsabilità. Per loro è importante avere potere e risorse da usare, ma è bene non essere chiamati a risponderne. Il federalismo rende impossibile tutto ciò. In America gli Stati falliscono: non esiste la possibilità di un soccorso. Hai sbagliato? Riparti da zero. Noi in questi anni abbiamo salvato città in difficoltà e Regioni in dissesto, ma in tal modo abbiamo deresponsabilizzato la classe politica. Perché la Raggi vuole incontrare Renzi? Non perché le stia simpatico, ma perché servono soldi altrui per salvare Roma. Il federalismo fa sì che ognuno chieda i soldi ai propri cittadini e poi risponda di come li ha spesi. Nel tempo questa logica limita i disastri a cui siamo abituati.

C’è però chi contesta il federalismo proprio perché avrebbe accresciuto la tassazione e ampliato intralci, burocrazie e leggi che rendono complicata la vita di quanti fanno impresa.

L’obiettivo di queste critiche è il regionalismo. Il federalismo – che pure ha una sua complessità – è altra  cosa. D’altro canto, potremmo così immaginare una Danimarca con una sola tassa, ma non una Svizzera, perché nel sistema elvetico le imposte sono in concorrenza e questo produce effetti positivi. Non è un caso che la Svizzera sia un’area a bassa tassazione. La federazione svizzera è la prova che la concorrenza fiscale non fa aumentare le tasse: come si può verificare ogni qual volta si applicano determinati princìpi. Anni fa laToscana decise di aumentare il bollo auto spingendo un’importante azienda di noleggio auto a prendere in considerazione di trasferire la propria sede in un’altra regione. Così a Firenze si fece velocemente marcia indietro. Una virtù del federalismo è proprio quella concorrenza fiscale che spinge la tassazione verso il basso.

In Italia molti considerano federalista la regola, che sarà inserita in Costituzione, dei cosiddetti costi standard. Possono essere una soluzione
per porre freno a sprechi e corruzione?

Un regionalismo come il nostro può trovare nei costi standard una toppa per evitare qualche spreco. Ma è la razionalizzazione di un sistema centralista: non è federalismo. In un sistema federale chi amministra la comunità tassa i cittadini e usa i soldi come vuole, assumendosi le responsabilità delle scelte. Chi sbaglia paga. Non c’è nessuno che interferisce con le scelte di chi amministra. Stabilire costi standard, invece, significa intromettersi nelle decisioni di chi governa. Il meccanismo concorrenziale che si attiva con il
federalismo è più efficace di ogni controllo esercitato dall’alto, compreso quello che prevede una lista di prodotti e servizi (che devi costantemente aggiornare) a un prezzo uguale per tutti.
Ma i costi standard sono una strada più semplice del federalismo.
Sì, e forse possono ridurre qualche spreco, ma sono comunque un tentativo di fare funzionare qualcosa che non funziona.

Sempre al MegaWatt ha detto che il federalismo comporta un ripensamento del nostro modo di rapportarci alle istituzioni, implica una rivoluzione culturale. Cosa vuol dire nel concreto?

Cosa dovrebbe fare un cittadino?
Il punto fondamentale è questo: cominciare a pensare il rapporto con gli altri fuori dalla logica della sovranità, fuori da tutta una serie di miti legati alla teologia politica. Quando dico che il federalismo si basa su rapporti orizzontali e non verticali, mi rendo conto che dietro non c’è solo una questione meramente costituzionale: c’è l’idea di desacralizzare le istituzioni. Questo va contro cinque secoli di storia europea, durante i quali lo Stato era pensato come un’istituzione in cui avere fede. Se Dio è eterno, lo Stato si vuole
perpetuo. Dobbiamo invece avere uno sguardo laico nei riguardi delle istituzioni e vederle come cose umane, non divine. Occorre non avere nella testa miti risorgimentali e nazionalismi. Il federalismo implica riportare
sulla terra quello che è della terra e lasciare che ognuno guardi il cielo come vuole.

Perché il meccanismo redistributivo oggi in vigore comporta danni sia per il Nord nella sua capacità produttiva, sia per il Sud dove crea una sovrapresenza del settore pubblico e della politica?

L’unificazione comporta l’introduzione di regole e criteri comuni per realtà diverse. Questo ha effetti non voluti disastrosi. Pensi alle conseguenze negative di una scuola di Stato dove un insegnante di Milano e uno
di Palermo guadagnano allo stesso modo, con la differenza che il costo della vita nelle due città è diversissimo. Al di là dell’ingiustizia conseguente al fatto che uno vive bene e l’altro assolutamente no, una conseguenza terribile di questa situazione, di cui nessuno parla, è che al Sud c’è una spinta enorme ad entrare nel settore pubblico. In tal modo il Mezzogiorno finisce per avere un’altissima presenza di persone negli uffici statali, mentre il privato è debole. Inoltre un sistema come il nostro, dove l’economia è regolata in modo
uniforme (si pensi ad esempio ai contratti collettivi nazionali di lavoro), rende quasi impossibile fare impresa al Sud. Immagini se a Bruxelles gli eurodeputati impazzissero e decidessero di creare dei contratti collettivi europei di lavoro come abbiamo fatto in Italia. Cosa ne sarebbe, ad esempio, della Bulgaria? Chi andrebbe in quel paese a investire sapendo che dovrebbe pagare i dipendenti come paga quelli tedeschi? Noi abbiamo fatto questo errore. Chi va a investire in Calabria se deve pagare i lavoratori come quelli della Lombardia? Per
giunta, abbiamo cercato di risolvere questo problema con la redistribuzione, per compensare le difficoltà di un’economia reale ostacolata da questa regolamentazione.

Sul Giornale ha scritto che in questo paese ci sono aree, soprattutto del Nord, che danno allo Stato italiano molto più di quanto non ricevano in servizi, e altre aree, al contrario, chericevono molto più di quanto non diano. Ci dica.

I dati sul cosiddetto residuo fiscale sono noti e drammatici. Pensiamo solo alla Lombardia: negli scorsi anni col giochino della redistribuzione sono spariti più di 50 miliardi di euro ogni anno. Sul sito Noisefromamerika.org ha più volte trattato questo tema Lodovico Pizzati, che a proposito dei dati del 2007
rilevava come ogni lombardo perdesse addirittura circa 6 mila euro. In questi anni è successo che in media un lombardo abbia dato allo Stato tra 5 e 6 mila euro all’anno più di quanto non abbia ricevuto in servizi nazionali e locali. Significa che una famiglia composta da quattro persone ha perso più di 20 mila euro ogni anno in opere di solidarietà a favore della spesa pubblica concentrata nel Sud. In un decennio si è vista sottrarre l’equivalente di un appartamento di proprietà. In nessun paese occidentale esistono situazioni simili a quella lombarda. Il risultato è che il Nord produttivo si trova sulle spalle un debito pubblico spaventoso e il peso del Meridione. Fino a qualche anno fa riusciva a sopportare tale situazione, ma ora sempre meno.
Ancora peggio le cose vanno al Sud e confesso che non mi sento di  Condannare a priori chi nel Meridione lavora in nero, perché spesso è l’unica possibilità. Data la situazione economica, l’alternativa al lavoro nero è
il non lavoro.

Venendo al tema della riforma costituzionale, cosa pensa del referendum del 4 dicembre?

Sono fermamente convinto che sia il momento di rivedere la nostra Costituzione. Vedo anche che qualcuno vuole parlare di federalismo, il tema è ancora vivo e mi fa piacere. Allora credo che si debba immaginare una
Costituzione federale che non è quella proposta nel referendum di dicembre. A mio parere è il momento di convocare una costituente in cui ogni Regione abbia diritto di veto a garanzia di ogni comunità. Le diverse
realtà che compongono l’Italia devono avere il diritto di dire “no” a una Costituzione che le penalizzasse.
Devono essere libere di esprimere il consenso o meno ai documenti presentati.

Quindi una Regione potrà non accettare la nuova Costituzione?

Esattamente. Se si fa una Costituzione in senso federale si deve partire da un patto tra i territori. Federazione è un’alleanza che può esserci, ma anche no. Quello che voglio dire è che quando parliamo di federalismo in senso proprio occorre uscire dalla logica dello Stato.

È possibile?

È difficile, ma non impossibile, perché viviamo in un’epoca che vede sgretolarsi i miti ormai consunti della vecchia politica. Una costituzione federale nasce da un patto, da un foedus sottoscritto da comunità che vogliono stare assieme. Non è impossibile arrivare a questo: dipende da cosa viene proposto. Dovrebbero presentare una Costituzione in cui esistono garanzie di tipo fiscale e normativo per ogni singola realtà e poi altre garanzie in virtù delle quali, qualora una di queste realtà non si sentisse rispettata, potrebbe utilizzare le procedure per uscire dal vincolo. Questo è federalismo. Prenda la Brexit: il Regno Unito si è potuto svincolare dall’Unione Europea perché esistono procedure che lo permettono. La Gran Bretagna non si sentiva più
tutelata dal sistema europeo e ha usato queste procedure per uscire. Fondamentalmente l’Europa è ancora un foedus tra Stati. Se le cose vanno male e non ho la possibilità di andarmene, il concetto di patto viene meno.
La difficoltà a parlare di federalismo in Italia viene dal fatto che una vera federazione cancellerebbe un secolo e mezzo di esperienza di unità nazionale di taglio giacobino.

Vorrebbe dire anche chiudere tre o quattro ministeri che non servono più

Certo. E chiudere una marea di flussi economici grazie ai quali tanti si arricchiscono o traggono di che vivere.

Si creerebbe disoccupazione e probabilmente una guerra civile…

Non penso a questo: né credo, comunque, che si possano evitare dolori e difficoltà. La crisi c’è e ci arriverà addosso sempre più pesantemente, soprattutto al Sud: perché dove un’economia reale esiste ancora il futuro
non può essere del tutto terribile. Quando però la coperta è corta, qualcuno rimane senza. Al Sud si deve iniziare a pensare con la logica del lungo periodo; diversamente fra vent’anni esso si troverà in condizioni tragiche. Per evitare tale prospettiva si deve avere il coraggio di dire che nel Meridione ci sono tanti posti di lavoro fasulli, che la redistribuzione non è legata alla produzione e quindi non può funzionare in eterno.
Bisogna avere il coraggio di guardare la realtà com’è, solo così ci sarà una svolta che potrà dare grandi risultati. Questa è l’unica alternativa al declino costante. Altrimenti, faremo la fine della rana bollita. Se la getti in una pentola d’acqua bollente, la rana si farà molto male, ma avrà uno scatto furibondo e tenterà in qualche modo di fuggire. Viceversa se la metti in una pentola d’acqua fredda e poi accendi il fuoco e aumenti il calore, ma lentamente, la rana si abituerà piano piano alla nuova temperatura, salvo alla fine ritrovarsi
bollita! Noi progressivamente ci stiamo abituando alla situazione, non reagiamo e alla fine saremo morti.
Bisogna allora avere il coraggio di andare incontro a un periodo di difficoltà, ma cogliere le opportunità di questa situazione. È difficile, ma lo ritengo necessario.