Le vacanze dei lavoratori in Svizzera si allungano e in REPUBBLICA ITALIANA COME VA?

… una persona di 20/49 anni fa di media 5,2 settimane di VACANZA ALL’ANNO ! IL SISTEMA DELLA CONFEDERAZIONE E’ ANCHE IN QUESTO ASPETTO DI GRAN LUNGA MIGLIORE DELLA REPUBBLICA, CHE OGNI ANNO RIDUCE LA POSSIBILITA’ DI FARE VACANZA

——————————————————————————————–

Le vacanze dei lavoratori in Svizzera si allungano. In vent’anni, la durata media delle ferie annuali è cresciuta di mezza settimana. Nemmeno la votazione popolare del 2012, in cui il popolo si è opposto all’aumento delle ferie, è riuscita a invertire la tendenza.

L’11 marzo 2012, i due terzi dell’elettorato elvetico hanno respinto l’iniziativa popolare ‘6 settimane di vacanza per tuttiLink esterno‘. Una decisione dettata soprattutto dal timore che, come sostenevano le associazioni economiche, l’accettazione dell’iniziativa avrebbe comportato una perdita di impieghi e un danno economico stimato a miliardi di franchi.

In Svizzera tutti i lavoratori hanno diritto per legge a quattro settimane di vacanze pagate all’anno (20 giorni, come in Italia). Per chi non ha ancora compiuto i 20 anni, le settimane sono cinque.

I contratti individuali o collettivi di lavoro possono tuttavia prevedere un numero superiore di giorni di vacanza. Spesso sono i lavoratori con più di 50 anni a ottenere più ferie.

I maestri sono quelli con più ferie

In media, i lavoratori in Svizzera dispongono di 5,1 settimane di ferie all’anno, mezza settimana in più rispetto all’inizio dei rilevamenti una ventina di anni fa, secondo gli ultimi datiLink esterno dell’Ufficio federale di statistica.

Contenuto esterno

grafico sull’evoluzione del numero di settimane di ferie all’anno in Svizzera

Ad avere più giorni di vacanza, per un totale di 6,3 settimane, sono le persone attive nel settore dell’istruzione, in particolare i maestri. Sopra alla media ci sono anche i lavoratori dei settori dei trasporti, della finanza, dell’amministrazione pubblica, della sanità e della socialità. In fondo alla classifica ci sono invece le persone che lavorano nell’agricoltura o nella silvicoltura (4,6 settimane).

Nel raffronto internazionale, i lavoratori in Svizzera non se la passano così male, stando alle cifre dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE). I 20 giorni stabiliti dalla legge elvetica sono nella media. Dalla tabellaLink esterno dell’OCSE emergono però differenze molto marcate tra i vari paesi: mentre gli Stati Uniti non prevedono alcun minimo legale, Stati europei quali la Gran Bretagna o la Francia sembrano più generosi con i propri lavoratori, con rispettivamente 28 e 25 giorni di ferie all’anno.

La maggior parte se ne va

Ma che cosa fanno gli svizzeri durante le ferie? In base al ‘Barometro delle vacanze 2018Link esterno‘ della società di ricerche di mercato Ipsos e del gruppo Europ Assistance, soltanto circa una persona su cinque trascorrerà quest’estate le vacanze in Svizzera.

La destinazione più gettonata si conferma essere l’Italia, meta preferita da un quarto dei partecipanti al sondaggio. Altre destinazioni in cima alle preferenze sono la Spagna e la Francia.

Sempre secondo lo studio, il budget medio per le vacanze degli svizzeri è di 3’235 franchi, il 9% in più rispetto al 2017 e il 38% in più rispetto alla media europea.

articolo di  Reto Gysi von Wartburg su  swissinfo.ch

https://www.swissinfo.ch/ita/economia/malgrado-la-votazione_gli-svizzeri-hanno-sempre-pi%C3%B9-ferie/44241280?utm_campaign=swi-nl&utm_medium=email&utm_source=newsletter&utm_content=o

LA SVIZZERA HA POTUTO VOTARE CONTRO LA MONETA INTERA, NOI ? NO ! e mai potremo farlo

Il sistema della Confederazione ha fatto decidere ai cittadini svizzeri sulla possibilita’ di avere una moneta intera, LORO HANNO DECISO DI NO.

PERCHE’ NOI NON POSSIAMO? PERCHE’ NOI, A DIFFERENZA DEGLI SVIZZERI,

DE-LE-GHIA-MO .

VOTANDO UN PARTITO, da quel momento qualsiasi cosa pensino, lo fanno a nostro nome e noi non possiamo piu’ NULLA.

ecco perche’ VOGLIAMO TRASFORMARE LA REPUBBLICA FALLIMENTARE IN UNA CONFEDERAZIONE VIRTUOSA DOVE NOI SIAMO LO STATO

TU HAI FIRMATO?  http://www.confederazioneitaliana.eu/firma-la-petizione-referendum-sulla-forma-istituzionale-dello-stato/

PARTECIPA ALLA PETIZIONE USANDO LA DEMOCRAZIA DIRETTA

LA DIFFERENZA TRA REPUBBLICA E CONFEDERAZIONE? innanzitutto…TUTTO E’ SOTTO CONTROLLO-Debito pubblico: gli svizzeri campioni del risparmio in Europa

Mentre la zona euro sta lottando per contenere i debiti pubblici, la Svizzera moltiplica i piani finanziari per risparmiare fino all’ultimo centesimo.(Keystone)

La Svizzera figura tra i pochi paesi europei che rispettano la disciplina di bilancio adottata una ventina di anni fa dall’UE, ma poco applicata dai suoi membri. Il debito pubblico svizzero corrisponde appena al 33% del PIL, mentre la media dei Ventotto supera l’85%. Eppure quasi ogni anno il governo elvetico presenta un nuovo piano di tagli della spesa pubblica. Politica finanziaria oculata o mania di risparmi?

“La Svizzera va verso la bancarotta”, preannunciava il settimanale Facts nel 1997, dopo una serie di disavanzi miliardari delle casse statali. La rivista è fallita alcuni anni dopo, mentre le finanze pubbliche elvetiche si portano tutt’oggi bene. Anzi benissimo. Assieme alla Norvegia, dove i proventi del petrolio alimentano il gettito fiscale, la Svizzera è stata addirittura l’unico paese europeo ad aver abbassato il debito pubblico dall’inizio dell’ultima grande crisi finanziaria ed economica, nel 2007. E, questo, senza nemmeno rinunciare alla realizzazione di costose infrastrutture, come la nuova galleria ferroviaria del San Gottardo – la più lunga del mondo – inaugurata il 1° giugno di quest’anno.

(3)

Il seguente contenuto proviene da partner esterni. Non possiamo dunque garantire che sia accessibile per tutti gli utenti.

Rimasta al di fuori dell’UE, la Svizzera fa parte dei pochi paesi europei che soddisfano, sin dall’inizio, i “criteri di convergenza” del Trattato di Maastricht, con il quale sono state gettate le basi nel 1992 dell’unione economica e monetaria e della creazione dell’euro. I paesi candidati ad aderire alla moneta unica dovevano impegnarsi, in particolare, a contenere il debito pubblico al di sotto del 60% del Prodotto interno lordo (PIL).

Già al momento della loro adesione all’euro, alcuni Stati non rispettavano tale parametro: Grecia 107%, Italia 109%, Belgio 114%. Con la crisi finanziaria ed economica, diversi altri paesi europei sono stati costretti a incrementare pesantemente le uscite per sostenere il settore bancario e rilanciare la congiuntura. Oggi il debito pubblico delle principali economie della zona euro, come pure della Gran Bretagna, supera la soglia del 60%.

(4)

Il seguente contenuto proviene da partner esterni. Non possiamo dunque garantire che sia accessibile per tutti gli utenti.

Le finanze pubbliche svizzere hanno invece potuto approfittare in questi anni di un’inaspettata solidità economica, che ha permesso di mantenere un buon gettito fiscale. L’economia elvetica, che ha registrato una flessione solo nel 2009, è uscita rapidamente dalla crisi internazionale: i consumi hanno retto, le esportazioni non sono crollate, nonostante l’indebolimento della domanda sui mercati dell’UE, e il tasso di disoccupazione è rimasto tra il 3 – 4%.

La Banca nazionale svizzera ha inoltre svolto un ruolo importante, partecipando al salvataggio dell’UBS e contrastando per alcuni anni l’apprezzamento del franco. La Svizzera è stata pure favorita dal fatto che la quota delle spese dello Stato rispetto al PIL sono storicamente basse, rispetto ad altri paesi europei, gravati da un pesante apparato di amministrazioni ed enti pubblici.

(5)

Il seguente contenuto proviene da partner esterni. Non possiamo dunque garantire che sia accessibile per tutti gli utenti.

Determinante per garantire il buon stato di salute delle casse pubbliche è stato però anche il “freno all’indebitamento”, un meccanismo introdotto nel 2003 dalla Confederazione per evitare squilibri strutturali delle finanze statali e impedire una crescita del debito, come avvenuto negli anni ’90. Questo meccanismo mira a riequilibrare uscite e entrate sull’arco di un ciclo congiunturale: negli anni di rallentamento dell’economia sono ammessi deficit limitati, mentre negli anni di alta congiuntura devono essere conseguite eccedenze. Modelli analoghi sono stati introdotti anche da molti Cantoni.

Il freno all’indebitamento ha permesso di ripristinare rapidamente l’equilibrio delle finanze pubbliche: il debito complessivo (amministrazioni pubbliche e sicurezza sociale) è così sceso dal 50,7% nel 2003 al 33,1% nel 2015. Nell’ultimo decennio, con una sola eccezione nel 2014, i conti della Confederazione hanno registrato sistematicamente utili miliardari. Un risultato praticamente unico a livello europeo.

(6)

Il seguente contenuto proviene da partner esterni. Non possiamo dunque garantire che sia accessibile per tutti gli utenti.

Il risanamento finanziario è condiviso da tutte le forze politiche, dato che consente non solo di ridurre le uscite destinate al pagamento degli interessi sul debito, ma anche di rafforzare la resistenza della Svizzera di fronte a nuove crisi. Per alcuni partiti – e per diversi economisti – la politica di risparmi ha però ormai raggiunto degli eccessi: nell’ultimo decennio la Confederazione ha conseguito delle eccedenze anche in anni di rallentamento congiunturale. E, nonostante questi utili, ogni anno il governo presenta nuovi piani di tagli della spesa pubblica. Secondo la sinistra, le risorse finanziarie della Confederazione dovrebbero essere maggiormente impiegate per rafforzare lo Stato sociale e per sostenere l’economia e la creazione di posti di lavoro in tempi di bassa congiuntura. Per le forze di centro e di destra, l’economia non necessita di sostegni statali, ma di un ulteriore alleggerimento della fiscalità.

Nonostante il buon andamento delle finanze federali, la politica finanziaria figura così da anni tra i temi più combattuti in parlamento. È il caso anche quest’anno. Nel quadro della nuova riforma sull’imposizione delle imprese, la maggioranza di centro e destra ha approvato una serie di sgravi miliardari per le aziende. Questa riforma rappresenta un assalto alle casse statali agli occhi della sinistra, che intende lanciare un referendum. Nel contempo, il ministro delle finanze Ueli Maurer ha già annunciato ben tre piani di risparmio per i prossimi anni, che colpirebbero in particolare la previdenza sociale, la formazione e l’aiuto estero. Non verrebbero invece toccati la difesa nazionale, l’agricoltura e i trasporti stradali. Anche questi piani sono oggetto di una grande battaglia tra i partiti.

(7)

Il seguente contenuto proviene da partner esterni. Non possiamo dunque garantire che sia accessibile per tutti gli utenti.

Come gli altri paesi europei, anche la Svizzera è chiamata ad affrontare ben presto due fattori che rischiano di gravare pesantemente sulla spesa pubblica: l’invecchiamento della popolazione e l’esplosione dei costi della salute. Nei prossimi 30 anni saranno necessari 150 miliardi di franchi per finanziare le spese legate all’evoluzione demografica, avverte il nuovo rapporto del Dipartimento federale delle finanze sulle Prospettive a lungo termine delle finanze pubbliche. Senza misure di risparmio o di aumento del gettito fiscale, il debito pubblico salirà al 59% del PIL entro il 2045.

Le riforme dell’assicurazione malattia e della previdenza sociale sono però in cantiere da quasi una ventina d’anni e finora i partiti non sono riusciti a raggiungere un compromesso. Una soluzione dovrà però essere trovata ben presto, poiché l’evoluzione demografica si prospetta come una bomba ad orologeria che minaccia di far esplodere l’equilibrio delle finanze pubbliche.

(swissinfo.ch)

Contattate l’autore via twitter: @ArmandoMombelliLink esterno

La Svizzera risparmia troppo o rappresenta un modello per molti altri paesi europei?

Esprimete la vostra opinione lasciando un commento qui sotto.

Gli svizzeri voteranno sul divieto totale dei pesticidi sintetici ! e NOI ??

Di Samuel Jaberg

 

Un’iniziativa popolare che chiede di vietare i pesticidi di sintesi su tutto il territorio elvetico è stata depositata venerdì alla Cancelleria federale. Malgrado il carattere radicale della proposta, i suoi promotori sperano di convincere la maggioranza dei cittadini. Intervista.

Etienne Kuhn ha vinto la sua scommessa. Il quarantenne attivo nell’industria musicale è all’origine dell’iniziativa popolare “Per una Svizzera senza pesticidi sinteticiLink esterno“, lanciata ufficialmente nel novembre 2016 da un gruppo di cittadini apoliticiLink esterno residenti nella regione di Neuchâtel.

Con oltre 140’000 firme raccolte in 18 mesi, il testo – che vuole proibire l’utilizzo di pesticidi nella Confederazione e l’importazione di alimenti che ne contengono – è stato accolto positivamente dalla popolazione. Un risultato che accresce ulteriormente la motivazione e le speranze di Etienne Kuhn in vista di una votazione popolare che sarà sicuramente seguita con molto interesse anche all’estero.

swissinfo.ch: Come è stata accolta la vostra iniziativa durante la fase di raccolta delle firme?

Etienne Kuhn: L’entusiasmo è stato incredibile! Per le strade siamo riusciti a convincere quasi nove persone su dieci a sostenere la proposta. Oltre a migliaia di formulari per la raccolta delle firme inviati per posta abbiamo anche ricevuto più di 20’000 lettere di sostegno e di ringraziamento provenienti da tutta la Svizzera.

Siamo convinti più che mai di rappresentare la voce del popolo di fronte a élite politiche ed economiche che non sono consapevoli dell’ondata di diffidenza nei confronti dei pesticidi.

swissinfo.ch: Avete comunque dovuto rimunerare degli studenti per portare a termine la raccolta delle firme…

E. K.: Il nostro comitato di iniziativa è formato da sette persone. Siamo tutti impegnati nelle nostre diverse attività professionali e siamo assolutamente estranei alle questioni politiche. Abbiamo portato avanti quest’avventura a livello nazionale senza il sostegno finanziario e la forza comunicativa dei partiti politici o di organizzazioni non governative, sacrificando gran parte dei nostri fine settimana e serate.

È soprattutto grazie al passaparola che la nostra iniziativa è giunta fino al canton Uri o a Lugano. C’è quindi voluto del tempo. Con un limite imposto di 18 mesi per la raccolta delle firme, è stato indispensabile un aiuto esterno. Abbiamo comunque raccolto tra il 70 e l’80% delle firme con le nostre forze. Considerati i pochi mezzi a disposizione, provenienti da un finanziamento partecipativo su Internet, ritengono che sia una buona proporzione.

 

“Rappresentiamo la voce del popolo di fronte a élite politiche ed economiche che non sono consapevoli dell’ondata di diffidenza nei confronti dei pesticidi”

swissinfo.ch: Durante i dibattiti parlamentari sulla vostra iniziativa, così come durante la campagna che precederà la votazione popolare, vi scontrerete con le potenti lobby dell’agricoltura e dell’agro-chimica. Una lotta impari?

E. K.: Sicuramente. Non abbiamo né il budget colossale né i canali di comunicazione dei nostri avversari. Ciò non mi impedisce tuttavia di essere molto fiducioso. I politici hanno bisogno di elettori e siccome la nostra iniziativa suscita parecchia simpatia tra la popolazione, potremo beneficiare di qualche sostegno inatteso.

Con la nostra iniziativa vogliamo superare le tradizionali divisioni tra la destra e la sinistra e riunire il maggior numero di persone possibile attorno a questa tematica vitale.

swissinfo.ch: Eppure gli svizzeri non sono noti per fare rivoluzioni alle urne. La vostra iniziativa non è forse troppo radicale per sperare di convincere la maggioranza degli elettori?

E. K.: Assolutamente no. L’iniziativa prevede un intervallo di dieci anni per la sua messa in atto, ciò che consentirà ai contadini di adattarsi progressivamente a questo nuovo modo di produzione sostenibile. Al momento, ci vogliono in media dai quattro ai cinque anni per passare da una coltivazione tradizionale a una produzione al 100% biologica. È quindi assolutamente ragionevole.

swissinfo.ch: Secondo i vostri avversari, un divieto totale dei pesticidi farebbe crescere di quasi il 40% il prezzo delle derrate alimentari in Svizzera. L’argomento finanziario non rischia di essere decisivo agli occhi di molti cittadini?

E. K.: Queste cifre non sono serie poiché non tengono conto di una regola economica elementare: la forte crescita dell’offerta di derrate alimentari senza pesticidi renderà automaticamente questi prodotti più accessibili.

Certo, un leggero aumento globale dei prezzi sarà inevitabile. Ma non è nulla rispetto ai benefici che la nostra iniziativa apporterà a livello ambientale, sanitario e anche in termini di impieghi.

I pesticidi entrano in politica

Il tema dei pesticidi sarà al centro dell’agenda politica nei prossimi anni. Parallelamente all’iniziativa nata a Neuchâtel, un’altra iniziativa è stata depositata alla Cancelleria federale lo scorso 18 gennaio. L’associazione “Acqua potabile per tuttiLink esterno” chiede che soltanto gli agricoltori che non utilizzano prodotti fitosanitari e antibiotici a uso profilattico potranno ricevere le sovvenzioni statali (pagamenti diretti). Verosimilmente, le due iniziative popolari saranno sopposte al verdetto delle urne entro due anni.

Il referendum, ovvero la politica sotto una spada di Damocle

Nelle deliberazioni, il parlamento svizzero deve sempre tener presente che ogni legge che emana può essere sottoposta al voto popolare.

In Svizzera il popolo ha l’ultima parola. Non solo deve essere obbligatoriamente consultato per qualsiasi emendamento costituzionale, ma ha anche il diritto di veto su ogni legge emanata dal parlamento. Questo rende il processo legislativo più faticoso e complesso, ma costringe i politici a trovare soluzioni che godono di un ampio sostegno.

Un contadino di montagna del cantone di Uri interrogato sul proprio comportamento elettorale risponde: “Voto sempre no e finora non mi sono mai pentito”.

Questa barzelletta è stata raccontata in un’intervista rilasciata nel 2017 dall’urano Franz Steinegger, un veterano della politica elvetica. Era poco dopo che il popolo svizzero aveva bocciato la vasta riforma della previdenza per la vecchiaia, sottoposta al referendum.

L’urgente riforma era stata approvata dalle Camere federali, dopo l’intervento della commissione di conciliazione, seppur di strettissima misura. Alle urne è invece successo il contrario: la riforma è stata bocciata sul filo di lana.

L’arte di convincere l’elettorato

Ovviamente non si sa se coloro che, come il contadino di montagna di Uri,  in linea di principio votano sempre no, siano stati decisivi nel fallimento del progetto di legge sulla previdenza di vecchiaia. L’aneddoto dimostra tuttavia che il sistema svizzero di democrazia diretta richiede molta perseveranza da parte dei politici.

E talvolta occorrono i nervi saldi. Non basta convincere il governo o le altre parti in parlamento, per fare accettare una proposta. Si deve sempre pensare anche all’elettorato. Quest’ultimo può affondare un progetto se non ne è convinto. Come è appunto avvenuto con la riforma delle pensioni. Il no alle urne ha spazzato via in un colpo sette anni di lavori parlamentari.

Decisioni costanti

In Svizzera vi sono due tipi di referendum: obbligatorio e facoltativo. Le modifiche costituzionali e le adesioni a organizzazioni sovranazionali sono soggette al referendum obbligatorio. Devono imperativamente essere sottoposte all’esame popolare e ottenere la doppia maggioranza di sì dei votanti e dei cantoni.

grafico referendum obbligatorio 1874-2017

grafico

Le leggi, così come certi decreti federali e trattati internazionali, sono invece soggetti a un referendum facoltativo. Sono messi ai voti popolari se almeno 50mila elettori lo richiedono entro cento giorni dalla loro pubblicazione ufficiale. Per essere approvati, basta che ottengano la maggioranza di sì dei votanti.

L’istituto del referendum è più di un’ulteriore opportunità per i cittadini di esprimere la propria opinione. Esso ha un impatto significativo sul processo legislativo. I politici non devono solo stringere alleanze e ricorrere a tattiche in parlamento per fare avanzare una causa.

Devono inoltre sempre considerare se una soluzione è in grado di convincere anche la maggioranza popolare. Di conseguenza, si svolge un’ampia discussione, in cui è prestato ascolto anche a quelle voci che non sono rappresentate in parlamento.

Più laborioso, ma sostenibile

Questo ostacolo supplementare rende il processo legislativo più lungo e complicato. Le decisioni prese dalla maggioranza degli elettori sono relativamente coerenti e non vengono immediatamente ribaltate non appena si verifica, ad esempio, un cambio di governo.

Dalla fondazione dello Stato federale svizzero, nel 1848, sono stati sottoposti a votazione obbligatoria più di 200 disegni di legge. Più dei tre quarti di essi sono stati adottati.

grafico referendum facoltativo 1874-2017

grafico.

Al referendum facoltativo, che esiste dal 1874, sono stati sottoposti 2’449 emendamenti legislativi adottati dal parlamento. Contro 177 di essi sono state raccolte firme sufficienti per un referendum. Solo in 78 casi la maggioranza ha respinto la legge. Dunque, la maggior parte delle decisioni del parlamento entrano in vigore senza che sia indetto un referendum; e nella maggioranza dei casi in cui viene impugnato questo strumento di democrazia diretta, i cittadini seguono il parlamento.

Effetto preventivo

L’influsso del diritto referendario non si limita tuttavia ai testi che vengono sottoposti al voto popolare. Già solo la prospettiva della possibilità che sia lanciato un referendum spesso porta a trovare un compromesso con i potenziali oppositori, per riunire una maggioranza parlamentare, in modo che non lo indicano. Oppure per ridurre il più possibile l’opposizione in una votazione.

Nel caso concreto della riforma delle pensioni, è stato fatto un esercizio di equilibrismo da parte dei partiti di sinistra e di centro, in modo da ottenere la maggioranza in parlamento, dove è invece stata combattuta dall’Unione democratica di centro (UDC, destra conservatrice) e dal Partito liberale radicale (PLR, centro-destra), che erano contrari all’estensione dell’Assicurazione vecchiaia e superstiti (AVS) e all’aumento delle rendite di 70 franchi al mese

Dal canto loro, gli oppositori dell’estrema sinistra, che hanno lanciato il referendum, volevano impedire che l’età pensionabile delle donne fosse innalzata dagli attuali 64 a 65 anni, vale a dire la stessa degli uomini.

Elaborare una nuova riforma che soddisfi la maggioranza dei cittadini non sarà un’impresa facile. Tuttavia, l’esempio della legge sull’energia, votata nel maggio 2017, dimostra che non è impossibile. Il disegno di legge, che prevedeva l’abbandono progressivo del nucleare e la promozione delle energie rinnovabili, aveva suscitato resistenze in seno ai partiti di centro-destra e destra.

Una levetta di sicurezza

Durante le deliberazioni in parlamento, i partiti di sinistra e di centro sono riusciti a soddisfare parzialmente le richieste delle cerchie economiche, in particolare istituendo fondi supplementari da destinare a ristrutturazioni efficienti dal punto di vista energetico. Questo non bastava all’UDC che ha quindi lanciato il referendum. Ma la maggioranza del PLR si è detta soddisfatta e ha dunque sostenuto la legge. Si è così costituita un’ampia alleanza che ha fatto campagna a favore della legge e che l’ha portata al successo nella votazione popolare.

Il diritto di referendum agisce come una spada di Damocle sulla politica. Una spada che fa effetto anche senza usarla. In definitiva, la democrazia diretta consente un controllo supplementare dell’elettorato sui politici eletti.

Il fatto che in Svizzera la fiducia dei cittadini nelle istituzioni democratiche sia più elevata che in altri paesi è probabilmente legato in larga misura a questo. La fiducia è una buona cosa. Ma per i cittadini è più facile fidarsi del governo e del parlamento se hanno in mano una levetta di sicurezza.

(Traduzione dal tedesco: Sonia Fenazzi)

https://www.swissinfo.ch/ita/strumentario-della-democrazia-svizzera_il-referendum–ovvero-la-politica-sotto-una-spada-di-damocle/44101794?utm_campaign=swi-nl&utm_medium=email&utm_source=newsletter&utm_content=o

OCSE propone UNA PATRIMONIALE IN ITALIA a che PRO? PORTA DANARO AI CITTADINI? O…

… PORTA DANARO AL SISTEMA ?
in altri paesi esiste una patrimoniale ma i CONTI PUBBLICI SONO SOTTO CONTROLLO DEI CITTADINI, IN ITALIA NON SAPPIAMO NULLA DEL BILANCIO QUINDI UNA PATRIMONIALE IMPOVERISCE I CITTADINI E ALIMENTA LA VORAGINE ECONOMICA SENZA CONTROLLO E SENZA FINE DELLA REPUBBLICA ITALIANA.
NESSUNO SA COME VENGONO GESTITI I FLUSSI DI DANARO CHE I CITTADINI VERSANO IN TASSE, QUINDI NO! AD UNA PATRIMONIALE FINCHE’ LA SITUAZIONE E’ FUORI CONTROLLO, SAREBBE A SCAPITO DEI CITTADINI GIA’ PROVATI IN QUESTI ANNI DI CRISI ITALIANA. ATTENZIONE AI DEPOSITI BANCARI ! IN CASO DI PATRIMONIALE, LO STATO POTRA’ PRELEVARE A SUA DISCREZIONE, DOPO AVER APPROVATO UNA LEGGE CHE LO LEGITTIMA !

https://www.panorama.it/economia/tasse/patrimoniale-cose-e-perche-se-ne-parla/

CATALOGNA PROTESTE E SCONTRI, IN ARRIVO ALTRI ARRESTI DEI POLITICI CATALANI CHE VOLLERO IL REFERENDUM; LEGA&M5S RIMANGONO ZITTI !!?!!

Il Tribunale supremo ha anche riattivato l’ordine di arresto europeo per l’ex presidente Carles Puigdemont, che si trova in Finlandia

 

Ieri il Tribunale supremo spagnolo ha ordinato l’arresto di cinque importanti politici indipendentisti catalani formalmente accusati di ribellione, un reato che prevede fino a 30 anni di carcere. Il Tribunale ha anche riattivato i mandati di arresto europei per i politici catalani che alla fine dello scorso ottobre – dopo la controversa dichiarazione di indipendenza della Catalogna approvata dal Parlamento locale – erano andati a Bruxelles, in Belgio, per evitare l’arresto da parte delle autorità spagnole. Uno dei destinatari del mandato di arresto è l’ex presidente catalano Carles Puigdemont, che in questi giorni si trova in Finlandia per partecipare a una conferenza: le autorità finlandesi hanno confermato di avere ricevuto dalla Spagna la richiesta di estradizione e Puigdemont ha fatto sapere tramite il suo avvocato che potrebbe presentarsi spontaneamente oggi stesso alla polizia finlandese.

Nella notte in Catalogna ci sono state manifestazioni, proteste e scontri: a Barcellona più di 20 persone sono state ferite.

Il Tribunale supremo, cioè il tribunale incaricato dei processi ai leader indipendentisti catalani, ha formalizzato le accuse nei confronti di 25 persone, dicendo che il loro piano per la secessione della Catalogna dalla Spagna non è stato abbandonato, ma è «in attesa di ripartire». I cinque politici arrestati ieri sono quasi tutti membri dell’ultimo governo catalano, quello guidato da Puigdemont. Sono: Jordi Turull, ex portavoce del governo e candidato di una parte del fronte indipendentista a diventare nuovo presidente della  Catalogna; Josep Rull, ex ministro dello Sviluppo; Raul Romeva, ex ministro degli Esteri; Dolors Bassa, ex ministra del Lavoro; e Carme Forcadell, ex presidentessa del Parlamento catalano. Tutti e cinque erano già stati arrestati in precedenza ma poi rilasciati su cauzione. Insieme a loro si trovano in carcere Oriol Junqueras, ex vicepresidente catalano, Joaquim Forn, ex ministro degli Interni, e i “due Jordi”, Jordi Sánchez e Jordi Cuixart, leader rispettivamente dell’Assemblea Nazionale Catalana (ANC) e di Ómnium, le due più importanti organizzazioni indipendentiste della società civile catalana.

Il Tribunale supremo ha anche deciso l’arresto di Marta Rovira, che è tra i più importanti esponenti di Esquerra Republicana (ERC), il partito indipendentista di sinistra di Oriol Junqueras. Rovira – che a un certo punto sembrava poter diventare una candidata per la presidenza catalana – è andata in Svizzera e ha pubblicato una lettera in cui spiega di aver scelto «la strada dell’esilio» per poter continuare a promuovere l’indipendenza della Catalogna. Da diverse settimane si trova all’estero anche Anna Gabriel, una delle più note esponenti della CUP, partito indipendentista di sinistra radicale che durante l’ultima legislatura aveva appoggiato il governo di Puigdemont. Gabriel è accusata di disobbedienza e si trova in Svizzera.

Oggi il Parlamento catalano si riunirà di nuovo per provare a eleggere un nuovo presidente della Catalogna, che è senza governo dalle elezioni di dicembre. È difficile dire cosa succederà. In teoria il candidato alla presidenza della Catalogna rimane Turull, esponente della lista indipendentista Junts pel Catalunya, quella di Puigdemont. La candidatura di Turull, che è appoggiata anche da ERC, aveva però già subìto un duro colpo ieri, quando non era riuscita a ottenere l’appoggio della terza forza indipendentista al Parlamento catalano, la CUP. Questa mattina Ciutadans, principale forza di opposizione catalana, ha chiesto di sospendere la sessione del Parlamento, ma per ora sembra che si svolgerà tutto secondo le previsioni.

L’Ammiraglio Giuseppe De Giorgi ci spiega la colossale truffa ai danni degli Italiani della cessione alla Francia di ricchissime porzioni di mare voluta da Renzi e sottoscritta da Gentiloni, con la complicità dell’omertà dei media…

Non tutti lo sanno ma con un accordo firmato a Caen nel marzo 2015 tra Italia e Francia, erano stati revisionati i nostri confini marittimi. L’accordo, derivante da un negoziato cominciato nel 2006 e terminato 6 anni più tardi secondo il ministero degli Esteri sarebbe stato “necessario al fine di definire i confini marittimi alla luce delle norme della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982, che supera la Convenzione per la delimitazione delle zone di pesca nella baia di Mentone del 18 giugno 1892, convenzione che ha valore consuetudinario, in quanto applicata e mai ratificata, ai fini di colmare un vuoto giuridico”.

 

L’Italia avrebbe quindi rinunciato ad alcune porzioni di mare del mar Ligure ed al tratto compreso tra nord Sardegna ed arcipelago toscanoL’accordo era passato piuttosto inosservato fino a quando nel gennaio 2016 il peschereccio italiano Mina era stato fermato dalla gendarmeria marittima francese e scortato fino al porto di Nizza, con l’accusa di praticare la pesca del gambero in acque francesi. Solo con il pagamento di una cauzione di 8300 euro era stato rilasciato. Dunque quelli che sembravano essere acque italiane erano diventate francesi.

L’episodio dunque fece deflagrare la questione dei confini e di porzioni di mare cedute alla Francia. Piuttosto indispettito dalla vicenda l’assessore regionale alla pesca della Liguria Stefano Mai aveva dichiarato: “il sequestro del peschereccio Mina ha posto l’attenzione sull’urgenza di arrivare all’elaborazione di un piano di gestione della pesca al gambero rosso condiviso tra Italia e Francia, sul modello di quanto abbiamo elaborato con successo sul rossetto. Lo strumento più praticabile e che porterebbe a una soluzione definitiva di un annoso problema di pesca nelle acque al confine è la stesura di un piano delle risorse condivise, previsto dal regolamento mediterraneo. La pesca al gambero rosso è un target strategico per la Liguria che vogliamo tutelare arrivando a una soluzione definitiva che faccia uscire i nostri pescatori da un’incertezza normativa che dura ormai da troppi anni. Il trattato sul nuovo confine marino si è rivelato fortemente penalizzante per l’Italia”.

Secondo i giornali della Corsica l’accordo di Caen prevedeva una sorta di scambio territoriale: l’Italia avrebbe ceduto la “Fossa del cimitero” nelle acque di Ospedaletti in provincia di Imperia ottenendo in cambio alcune secche tra Corsica, Capraia ed Elba. Proprio la Fossa del cimitero è un tratto di mare molto ricco dal punto di vista della pesca, con una vivace presenza proprio di gamberoni rossi. Mentre in Italia l’accordo non è stato mai ratificato, in Francia sembrava essere di dominio pubblico tanto che la gendarmeria marittima era subito intervenuta pochi mesi dopo l’accordo fermando il peschereccio Mina. Due mesi dopo il fermo del peschereccio erano però arrivate le scuse: la dogana francese aveva contestato per errore il mancato rispetto del trattato del 21 marzo 2015, visto che non era mai stato ratificato dal Parlamento italiano.

La Farnesina, pressata da interrogazioni parlamentari e dagli allarmi lanciati sulla cessione di mare da parte dell’Italia, nel febbraio 2016 aveva provato a fare chiarezza: “Considerata la sua natura, l’Accordo di Caen è sottoposto a ratifica parlamentare e, pertanto, non è ancora in vigore. Per quanto riguarda, in particolare, i contenuti dell’Accordo, il tracciato di delimitazione delle acque territoriali e delle restanti zone marittime riflette i criteri stabiliti dall’UNCLOS, primo fra tutti il principio della linea mediana di equidistanza. Nel corso dei negoziati che hanno portato alla firma dell’Accordo, la parte italiana ha ottenuto di mantenere immutata la definizione di linea retta di base per l’arcipelago toscano, già fissata dall’Italia per la delimitazione del mare territoriale nel 1977. Inoltre, per il mare territoriale tra Corsica e Sardegna, è stato completamente salvaguardato l’accordo del 1986, inclusa la zona di pesca congiunta. Anche per quanto riguarda il confine del mare territoriale tra Italia e Francia nel Mar Ligure, in assenza di un precedente accordo di delimitazione, l’Accordo di Caen segue il principio dell’equidistanza come previsto dall’UNCLOS”. Un accordo non solo non ratificato ma che sembrava aver suggerito ad Italia e Francia di aprire un nuovo negoziato per rivederne in contenuti.

Ad oggi i confini tra acque italiane e francesi rimangono incerti. Una recente sentenza del tribunale di Imperia ha assolto un pescatore dall’accusa di avere sconfinato in acque francesi. Il tribunale ha infatti dichiarato non valido anche il trattato di Mentone del 1892 che regolava i confini tra riviera ligure e Costa Azzurra, anche in questo caso per la mancata ratifica del Parlamento. Un precedente che farà giurisprudenza viste le numerose contestazioni rivolte dalla gendarmeria marittima francese ai pescherecci sanremesi. Certo è che il tema della territorializzazione dell’alto mare da parte degli stati rivieraschi è di fondamentale importanza per l’Italia sia sotto l’aspetto della sua valorizzazione economica sia della sua protezione dallo sfruttamento eccessivo e indiscriminato.

L’Italia è stata sinora assente nell’area internazionale per quanto riguarda la politica marittima, non solo in ottica Difesa, ambito paradossalmente sempre più esercitocentrico a dispetto degli accadimenti mediterranei, ma in tutte le sue più ampie declinazioni. Il mutilateralismo come sempre rifugio anestetico dalle nostre repsonsabilità si traduce nel piegarsi alla volontà non solo della Francia, ma anche della Grecia e dei paesi della riva opposta dell’Adriatico che si avvantaggiano della nostra pavidità e indifferenza.

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi

 

 

Tratto da: http://www.imolaoggi.it/2018/03/19/cessioni-alla-francia-ammiraglio-de-giorgi-litalia-ha-rinunciato-a-porzioni-di-mare/

http://ilfastidioso.myblog.it/2018/03/19/lammiraglio-giuseppe-de-giorgi-ci-spiega-la-colossale-truffa-ai-danni-degli-italiani-della-cessione-alla-francia-di-ricchissime-porzioni-di-mare-voluta-da-renzi-e-sottoscritta-da-gentiloni-con-la-c/

FEDERALISMO: Modello concertativo e modello competitivo (2a parte) di L.R.(+1)

FEDERALISMO: Modello concertativo e modello competitivo

Dopo aver analizzato nello scorso articolo alcuni aspetti generali del Federalismo eravamo giunti a determinare  le differenze più marcate che erano  nella struttura fiscale e nelle strutture di gestione cooperativa orizzontale del potere, queste ultime quasi del tutto sconosciute nei Paesi centralizzati.

Su questi due aspetti possiamo individuare due modelli chiamati uno modello competitivo e l’altro modello concertativo che ora esamineremo.

Modello concertativo

Nel modello concertativo si ha il massimo di cooperazione orizzontale tra i governi locali. E’ un modello che parte dalla necessità di ottenere la massima concordia operativa tra tutti gli stati membri su tutti i temi, anche economici. Concordia che è fortemente strutturata e normata e quindi con un certo livello di rigidità. A questo modello si associa un sistema fiscale in cui, oltre ad una certa quota di finanza locale, si affianca il meccanismo di una cospicua distribuzione di finanza centrale, tramite una chiave di riparto decisa, meglio dire concertata, centralmente. Questo permette di ottenere, ad esempio, la parità salariale su tutto il territorio per i dipendenti pubblici. Questo modello è a grandi linee assimilabile a quanto avviene in Germania,

Modello competitivo

Nel modello competitivo invece la cooperazione avviene solo su certi temi e su altri c’è libertà di competizione. In questo modello la camera degli Stati non è espressione dei governi ma del popolo, su base paritetica per Stato. Ad esempio due rappresentanti per Stato, come un USA e Svizzera. Non esiste una regola per definire a priori su quali temi sia meglio cooperare e su quali la competizione porti a risultati migliori ma sta di fatto che si assiste ad una sostanziale competizione in economia (e quindi anche fiscale) e ad una sostanziale cooperazione in tutti gli altri temi.

Al modello competitivo si associa un sistema fiscale che è a finanze essenzialmente separate. Ogni sovranità tende ad essere totalmente autonoma nel prelievo e quindi nel pareggio entrate/uscite per le spese di sua competenza. La politica economica è fatta dallo Stato membro in massima autonomia e lo stesso vale per la politica fiscale, il che implica un certo rischio di competizione scorretta. Imposte, prezzi e salari, anche i salari pubblici, sono diversi di luogo in luogo. Il livellamento orizzontale è fatto da piccoli sistemi perequativi (come in Svizzera) ma principalmente dalla azione federale, uguale per tutti. Ad esempio viene fatta tramite il sistema di welfare state, che di fatto ha un notevole effetto di ridistribuzione della ricchezza. E’ quindi un’azione principalmente verticale.

Esiste una via di mezzo?

Tra quello concertativo e quello competitivo, vi sono varie interpretazioni intermedie, come quello svizzero che pur essendo dal punto di vista economico e fiscale sostanzialmente competitivo, ha alcuni aspetti di concertazione orizzontale strutturata, tramite riunioni periodiche dei ministri locali che procedono per decisioni unanimi di tipo concertativo.

 

Dopo questa panoramica  in cui possiamo già scorgere la netta superiorità dell’organizzazione  federale nei confronti di quella centralistica, cercheremo di capire cosa si possa ipotizzare per una futura Italia Federale. Ma questo in un prossimo articolo…(segue)