L’EUROPA CI PROVA …? Gli svizzeri affondano la grande riforma del sistema previdenziale

VOTAZIONE DEL 24 SETTEMBRE 2017Gli svizzeri affondano la grande riforma del sistema previdenziale

Di Armando Mombelli

Rentenreform
Previdenza per la vecchiaia 2020 era stata approvata di stretta maggioranza dal parlamento, dopo diversi anni di lavori e di dibattiti.

(Keystone)

Niente da fare neppure per l’ennesima proposta di riformare il sistema previdenziale, volta a garantire anche in futuro il finanziamento delle pensioni. I votanti hanno bocciato sia la legge sulla Previdenza per la vecchiaia 2020, che l’aumento dell’Imposta sul valore aggiunto a favore dell’AVS. Nuova cocente sconfitta per il governo.

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Previdenza vecchiaia 2020: i risultati

Il sistema di previdenza per la vecchiaia rimane una montagna troppo alta da scalare per il governo e il parlamento. Mentre diversi altri paesi europei hanno varato negli ultimi anni nuove leggi per garantire il finanziamento delle pensioni di fronte alle grandi sfide economiche e demografiche, a cominciare dall’invecchiamento della popolazione, in Svizzera l’ultima riforma che ha superato la prova delle urne risale al 1997.

Da allora, tutti i progetti presentati sono regolarmente naufragati in seguito all’incapacità dei partiti di trovare un compromesso oppure dinnanzi al popolo. Stessa sorte è toccata questa domenica a Previdenza per la vecchiaia 2020, con la quale il governo e la maggioranza delle Camere federali intendevano proporre un’ampia riforma dei due pilastri obbligatori che sorreggono il sistema pensionistico: l’Assicurazione per la vecchiaia e i superstiti (AVS), gestita dallo Stato, e la previdenza professionale, amministrata dalle casse pensioni e dalle assicurazioni private.

La legge sulla Previdenza per la vecchiaia 2020 è stata bocciata da quasi il 53% dei votanti. La normativa ha ottenuto una maggioranza di schede solo in 8 dei 26 Cantoni, tra cui il Ticino. La proposta di aumentare l’Imposta sul valore aggiunto (IVA) per garantire un ulteriore finanziamento dell’AVS è stata respinta da poco più del 50% dei partecipanti alla votazione e da 16 Cantoni.

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Risultati della votazione

Risultati della votazione del 24 settembre 2017

Nuovo rovescio per il governo

L’esito di questo scrutinio costituisce senza dubbio un altro pesante rovescio per Consiglio federale, già uscito sconfitto lo scorso 12 febbraio in occasione del voto sulla Riforma dell’imposizione delle imprese III, bocciata da oltre il 59% dei votanti. Nel giro di mezz’anno, il governo si vede così sconfessato dal popolo su due delle più importanti revisioni di legge presentate nel corso di questo decennio. Gli elettori hanno invece accolto il 21 maggio scorso un’altra grande riforma elaborata e sostenuta dal Consiglio federale, la nuova Strategia energetica 2050, approvata dal 58% dei partecipanti.

Secondo il ministro dell’interno Alain Berset, che aveva mostrato un impegno straordinario nella sua campagna politica per promuovere Previdenza 2020, “è ancora troppo presto per trarre una conclusione di questo voto”. Si tratta, a suo avviso di un risultato chiaro, due volte no, ma non schiacciante né per un oggetto né per l’altro, dato che non si è molto lontani da una maggioranza.

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la reazione di Alain Berset

“Dopo questo scrutinio, il problema del finanziamento e della stabilità del sistema previdenziale rimane. Desidero quindi riunire il più presto possibile tutti gli attori per valutare i prossimi passi da intraprendere”, ha indicato Berset, ricordando poi che, senza una riforma, i deficit dell’AVS si moltiplicheranno ineluttabilmente nei prossimi anni.

Vittoria per le donne

Il risultato di questa domenica soddisfa chiaramente gli oppositori di Previdenza per la vecchiaia 2020, a cominciare dalle forze più a destra. Secondo Hans-Ulrich Bigler, consigliere nazionale del Partito liberale radicale (PLR) e direttore dell’Unione svizzera delle arti e mestieri (USAM), “il popolo ha riconosciuto che si trattava di una riforma fittizia. Ora bisogna elaborare una vera riforma, in grado di garantire un finanziamento a lungo termine del sistema pensionistico, separando totalmente le modifiche e le compensazioni da apportare a entrambi i pilastri”.

Due voti

L’elettorato svizzero era chiamato a votare due volte sul progetto Previdenza per la vecchiaia 2020.

Il primo voto concerneva il finanziamento supplementare dell’AVS mediante l’aumento dell’Imposta sul valore aggiunto. Questo progetto doveva essere sottoposto obbligatoriamente al popolo, dato che era necessaria una modifica della Costituzione federale.

Il secondo voto riguardava la Legge federale della previdenza per la vecchiaia 2020. In questo caso gli elettori erano chiamati alle urne, dato che alcuni sindacati e gruppi di sinistra avevano raccolto le 50’000 firme necessarie per il referendum contro questa legge, approvata in marzo dalla maggioranza del parlamento.

La partecipazione al voto è stata del 46%.

Fine della finestrella

Reazione positiva anche sull’altra sponda, da parte dei gruppi di sinistra e dei sindacati minori che hanno depositato il referendum contro Previdenza per la vecchiaia 2020. “Questo risultato è una vittoria per le donne, che non dovranno lavorare un anno in più, e una vittoria per tutti i lavoratori, che non vedranno diminuire le loro prestazioni della previdenza professionale”, ha dichiarato Alessandro Pelizzari, portavoce del comitato referendario. “Continueremo a combattere qualsiasi pessima riforma. La lotta non si fa solo in parlamento, ma anche per la strada, come abbiamo dimostrato, raccogliendo le 50’000 firme necessarie per questo referendum”.

Delusione invece tra i partititi di centro e di sinistra che avevano sostenuto il grande pacchetto di riforme: “Si trattava di un buon compromesso che avrebbe garantito le rendite per la popolazione di questo paese”, ha affermato Regula Rytz, presidente del Partito ecologista svizzero (PES), dicendosi “molto preoccupata” per la prossima riforma che potrebbe uscire da una maggioranza di centro destra e di destra del parlamento.

“La paura di perdere qualcosa è stata molto più grande della disponibilità a un cambiamento”, ha rilevato il senatore socialista Paul Rechsteiner, presidente dell’Unione sindacale svizzera (USS). A suo avviso, questo no “cadrà però sui piedi degli oppositori”, anche perché nel caso di grandi riforme del sistema previdenziale vi sono sempre molte ragioni per un “no”, che si accumulano tra di loro.

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le altre reazioni dopo il rifiuto della riforma previdenza vecchiaia

Crisi economica e invecchiamento della popolazione

Dopo questo “no”, una vasta riforma del sistema previdenziale svizzero si fa ancora più urgente e rischia di costare ancora di più. Senza correttivi, il sistema previdenziale è destinato a sprofondare nelle cifre rosse già entro pochi anni. In base agli scenari del governo, l’AVS dovrebbe accumulare un disavanzo di 3 miliardi di franchi nel 2025 e di 7 miliardi nel 2030. Anche la previdenza professionale non sarà più in grado di mantenere il livello attuale delle sue prestazioni.

A pesare sul finanziamento delle pensioni vi è innanzitutto l’evoluzione demografica, mentre mezzo secolo fa la speranza di vita era di 74 anni per le donne e di 68 per gli uomini, oggi è salita rispettivamente a 84 e 80 anni. Il graduale pensionamento della generazione del baby boom incide inoltre sempre più sul rapporto tra persone attive e pensionati: mezzo secolo fa vi erano cinque persone tra 20 e 64 anni per ogni pensionato, mentre oggi poco più di tre.

Anche a livello economico il sistema previdenziale si trova di fronte a un contesto precario: il moltiplicarsi delle crisi, l’indebolimento della crescita e il lungo periodo di bassi tassi d’interesse pesano sui rendimenti degli istituti di previdenza e minacciano quindi le rendite. Infine, a livello sociale, qualsiasi futura riforma dovrà tener conto dei cambiamenti in corso sul mercato del lavoro e delle crescenti aspirazioni a un pensionamento flessibile.

Se la necessità di una riforma e di un rinasamento delle istituzioni di previdenza è condivisa da tutti i partiti, neppure dopo questo voto risulta chiaro su quali basi si potrà trovare nei prossimi anni una soluzione di compromesso tra destra e sinistra. Mentre quest’ultima continuerà a battersi contro ogni riduzione delle prestazioni, se non sono accompagnate da misure di compensazione, i rappresentanti della destra respingono qualsiasi ampliamento del sistema previdenziale, soprattutto se comporta aumenti dell’imposizione fiscale.

Opposizioni da destra e da sinistra

Il progetto Previdenza per la vecchiaia 2020 era sostenuto dalle principali forze di centro e di sinistra – Partito popolare democratico, Partito borghese democratico, Verdi liberali, Partito socialista e Partito ecologista svizzero – per i quali si tratta di una riforma equilibrata che permette di assicurare le rendite per oltre una decina d’anni e rafforzare l’AVS.

Si opponevano invece i maggiori partiti più a destra – Partito liberale radicale e Unione democratica di centro – che considerano il progetto iniquo e inadeguato per risolvere i problemi della previdenza per la vecchiaia. Al centro delle loro critiche figura il supplemento di 70 franchi al mese sulle rendite dell’AVS, previsto dal 2019 soltanto per i nuovi pensionati. La riforma era combattuta anche da alcuni sindacati minori e gruppi di sinistra che respingevano l’aumento dell’età di pensionamento per le donne e riduzioni delle prestazioni della previdenza professionale.

I tre pilastri del sistema previdenziale

Il primo pilastro corrisponde alla previdenza statale, ossia all’Assicurazione per la vecchiaia e i superstiti (AVS), che mira a coprire almeno i bisogni vitali al momento del pensionamento. Questa assicurazione obbligatoria per (quasi) tutti viene finanziata tramite contributi di dipendenti, indipendenti, datori di lavoro e Confederazione.

Il secondo pilastro è costituito dalla previdenza professionale, le cui prestazioni dovrebbero permettere, assieme a quelle dell’AVS, di mantenere in buona parte il proprio tenore di vita dopo il pensionamento. Gestita da casse pensioni e assicurazioni, la previdenza professionale è obbligatoria per tutti lavoratori dipendenti ed è finanziata con i loro contribuiti e quelli dei datori di lavoro.

Il terzo pilastro concerne invece il risparmio volontario individuale, destinato a colmare eventuali lacune previdenziali e a soddisfare desideri individuali. Alcune forme di questa previdenza facoltativa – conti bancari vincolati e proprietà immobiliari – beneficiano di incentivi fiscali.

FONTE : www.swissinfo.ch

Cos’è il federalismo? In Svizzera, il potere politico è suddiviso in tre livelli: la Confederazione, i 26 cantoni e i 2222 comuni, PERCHE’ NON FARLO ANCHE IN ITALIA?

Di Michele Andina

 

 

 

In Svizzera, il potere politico è suddiviso in tre livelli: la Confederazione, i 26 cantoni e i 2222 comuni. Questo federalismo determina la peculiarità della Svizzera. Il politologo Sean Müller è un attento studioso di questa particolare forma di democrazia di questo piccolo ma eterogeneo paese.

Che cosa ha in comune un appenzellese con un ginevrino, cosa lega una ticinese a una turgoviese? Il passaporto rosso e poco più.

La Svizzera è un paese con tante differenze e una grande unità. Molte lingue, molte culture: il federalismo è l’assicurazione che permette a cantoni e comuni di mantenere e vivere la propria peculiarità, la propria identità e garantisce nel contempo alla Svizzera, come paese, di non andare in mille pezzi.

In Democracy Lab, serie video di # DearDemocracy, il ricercatore e politologo Sean Müller dell’Università di Berna ci racconta come funziona l’interazione tra i tre livelli e dove “casca l’asino”. Paragona inoltre il federalismo svizzero con quello di altri paesi.

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LA DIFFERENZA TRA REPUBBLICA E CONFEDERAZIONE? innanzitutto…TUTTO E’ SOTTO CONTROLLO-Debito pubblico: gli svizzeri campioni del risparmio in Europa

Mentre la zona euro sta lottando per contenere i debiti pubblici, la Svizzera moltiplica i piani finanziari per risparmiare fino all’ultimo centesimo.(Keystone)

La Svizzera figura tra i pochi paesi europei che rispettano la disciplina di bilancio adottata una ventina di anni fa dall’UE, ma poco applicata dai suoi membri. Il debito pubblico svizzero corrisponde appena al 33% del PIL, mentre la media dei Ventotto supera l’85%. Eppure quasi ogni anno il governo elvetico presenta un nuovo piano di tagli della spesa pubblica. Politica finanziaria oculata o mania di risparmi?

“La Svizzera va verso la bancarotta”, preannunciava il settimanale Facts nel 1997, dopo una serie di disavanzi miliardari delle casse statali. La rivista è fallita alcuni anni dopo, mentre le finanze pubbliche elvetiche si portano tutt’oggi bene. Anzi benissimo. Assieme alla Norvegia, dove i proventi del petrolio alimentano il gettito fiscale, la Svizzera è stata addirittura l’unico paese europeo ad aver abbassato il debito pubblico dall’inizio dell’ultima grande crisi finanziaria ed economica, nel 2007. E, questo, senza nemmeno rinunciare alla realizzazione di costose infrastrutture, come la nuova galleria ferroviaria del San Gottardo – la più lunga del mondo – inaugurata il 1° giugno di quest’anno.

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Rimasta al di fuori dell’UE, la Svizzera fa parte dei pochi paesi europei che soddisfano, sin dall’inizio, i “criteri di convergenza” del Trattato di Maastricht, con il quale sono state gettate le basi nel 1992 dell’unione economica e monetaria e della creazione dell’euro. I paesi candidati ad aderire alla moneta unica dovevano impegnarsi, in particolare, a contenere il debito pubblico al di sotto del 60% del Prodotto interno lordo (PIL).

Già al momento della loro adesione all’euro, alcuni Stati non rispettavano tale parametro: Grecia 107%, Italia 109%, Belgio 114%. Con la crisi finanziaria ed economica, diversi altri paesi europei sono stati costretti a incrementare pesantemente le uscite per sostenere il settore bancario e rilanciare la congiuntura. Oggi il debito pubblico delle principali economie della zona euro, come pure della Gran Bretagna, supera la soglia del 60%.

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Le finanze pubbliche svizzere hanno invece potuto approfittare in questi anni di un’inaspettata solidità economica, che ha permesso di mantenere un buon gettito fiscale. L’economia elvetica, che ha registrato una flessione solo nel 2009, è uscita rapidamente dalla crisi internazionale: i consumi hanno retto, le esportazioni non sono crollate, nonostante l’indebolimento della domanda sui mercati dell’UE, e il tasso di disoccupazione è rimasto tra il 3 – 4%.

La Banca nazionale svizzera ha inoltre svolto un ruolo importante, partecipando al salvataggio dell’UBS e contrastando per alcuni anni l’apprezzamento del franco. La Svizzera è stata pure favorita dal fatto che la quota delle spese dello Stato rispetto al PIL sono storicamente basse, rispetto ad altri paesi europei, gravati da un pesante apparato di amministrazioni ed enti pubblici.

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Determinante per garantire il buon stato di salute delle casse pubbliche è stato però anche il “freno all’indebitamento”, un meccanismo introdotto nel 2003 dalla Confederazione per evitare squilibri strutturali delle finanze statali e impedire una crescita del debito, come avvenuto negli anni ’90. Questo meccanismo mira a riequilibrare uscite e entrate sull’arco di un ciclo congiunturale: negli anni di rallentamento dell’economia sono ammessi deficit limitati, mentre negli anni di alta congiuntura devono essere conseguite eccedenze. Modelli analoghi sono stati introdotti anche da molti Cantoni.

Il freno all’indebitamento ha permesso di ripristinare rapidamente l’equilibrio delle finanze pubbliche: il debito complessivo (amministrazioni pubbliche e sicurezza sociale) è così sceso dal 50,7% nel 2003 al 33,1% nel 2015. Nell’ultimo decennio, con una sola eccezione nel 2014, i conti della Confederazione hanno registrato sistematicamente utili miliardari. Un risultato praticamente unico a livello europeo.

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Il risanamento finanziario è condiviso da tutte le forze politiche, dato che consente non solo di ridurre le uscite destinate al pagamento degli interessi sul debito, ma anche di rafforzare la resistenza della Svizzera di fronte a nuove crisi. Per alcuni partiti – e per diversi economisti – la politica di risparmi ha però ormai raggiunto degli eccessi: nell’ultimo decennio la Confederazione ha conseguito delle eccedenze anche in anni di rallentamento congiunturale. E, nonostante questi utili, ogni anno il governo presenta nuovi piani di tagli della spesa pubblica. Secondo la sinistra, le risorse finanziarie della Confederazione dovrebbero essere maggiormente impiegate per rafforzare lo Stato sociale e per sostenere l’economia e la creazione di posti di lavoro in tempi di bassa congiuntura. Per le forze di centro e di destra, l’economia non necessita di sostegni statali, ma di un ulteriore alleggerimento della fiscalità.

Nonostante il buon andamento delle finanze federali, la politica finanziaria figura così da anni tra i temi più combattuti in parlamento. È il caso anche quest’anno. Nel quadro della nuova riforma sull’imposizione delle imprese, la maggioranza di centro e destra ha approvato una serie di sgravi miliardari per le aziende. Questa riforma rappresenta un assalto alle casse statali agli occhi della sinistra, che intende lanciare un referendum. Nel contempo, il ministro delle finanze Ueli Maurer ha già annunciato ben tre piani di risparmio per i prossimi anni, che colpirebbero in particolare la previdenza sociale, la formazione e l’aiuto estero. Non verrebbero invece toccati la difesa nazionale, l’agricoltura e i trasporti stradali. Anche questi piani sono oggetto di una grande battaglia tra i partiti.

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Come gli altri paesi europei, anche la Svizzera è chiamata ad affrontare ben presto due fattori che rischiano di gravare pesantemente sulla spesa pubblica: l’invecchiamento della popolazione e l’esplosione dei costi della salute. Nei prossimi 30 anni saranno necessari 150 miliardi di franchi per finanziare le spese legate all’evoluzione demografica, avverte il nuovo rapporto del Dipartimento federale delle finanze sulle Prospettive a lungo termine delle finanze pubbliche. Senza misure di risparmio o di aumento del gettito fiscale, il debito pubblico salirà al 59% del PIL entro il 2045.

Le riforme dell’assicurazione malattia e della previdenza sociale sono però in cantiere da quasi una ventina d’anni e finora i partiti non sono riusciti a raggiungere un compromesso. Una soluzione dovrà però essere trovata ben presto, poiché l’evoluzione demografica si prospetta come una bomba ad orologeria che minaccia di far esplodere l’equilibrio delle finanze pubbliche.

(swissinfo.ch)

Contattate l’autore via twitter: @ArmandoMombelliLink esterno

La Svizzera risparmia troppo o rappresenta un modello per molti altri paesi europei?

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